Voto al film:

Cheers to dreams!

Bobbi Jene (la donna) è una talentuosa danzatrice: si è formata alla Juilliard School di New York e da dieci anni è ballerina di punta della Batsheva Dance Company di Tel Aviv. Alla soglia dei 30 anni però si rende conto di non voler essere soltanto questo. Avverte la necessità di cercare nuove strade per far emergere il suo talento perché si sente talvolta solo uno strumento per l’espressione artistica di qualcun altro: vuole esprimere la propria vena creativa.

Bobbi Jene (il film) si dirama da qui in due strade. La prima è quella biografica, che racconta il dramma della scelta di trasferirsi nuovamente negli Stati Uniti con tutte le conseguenze che essa comporta: abbandonare Israele, il suo mentore Ohad Naharin e il suo ragazzo, Or, per il quale Israele è e sarà sempre troppo importante per potervi rinunciare. L’altra è quella prettamente artistica, che segue Bobbi nella creazione del suo primo spettacolo facendoci entrare nella mente dell’artista e spiegandoci come e da dove nascono coreografie, regie, passi.

La prima via è percorsa in modo abbastanza tradizionale, seppur giocando sul confine tra realtà e finzione: quanto i protagonisti stanno recitando e quanti invece sono i momenti còlti in un pedinamento del reale?

È invece nel secondo percorso che risiede la forza del film, che coinvolge anche lo spettatore non particolarmente appassionato di danza.

È straordinario vedere l’uso che Bobbi fa del proprio corpo al fine di esprimere fisicamente stati d’animo e riflessioni sulla dedizione (“Studio sullo sforzo” è il titolo di uno dei progetti a cui lavora in questo periodo di transizione); ancora più appassionante è ammirare l’uso che la regista Elvira Lind fa del corpo di Bobbi. Le due donne sono talmente in sintonia che la forma cinematografica di questo documentario sembra sgorgare direttamente dai passi di Bobbi: l’insistenza sui dettagli del corpo della danzatrice e il soffermarsi della macchina da presa sui fasci muscolari e sui chiaroscuri che i movimenti creano sulla superficie corporea sono i logici conseguenti di una proporzione matematica di cui lo sforzo fisico e lo studio interiore del movimento e dei suoi significati sono i relativi antecedenti.

La sequenza in cui Bobbi e Or provano la nuova coreografia è emblematica: mentre il ragazzo esegue i movimenti che lei gli ha spiegato, il fuoco dell’inquadratura passa da lui a Bobbi, che è in secondo piano, lasciandoci vedere al di là della coreografia uno stato d’animo così intimo che non si sarebbe potuto esprimere a parole.

Chi ha familiarità con l’arte di Ohad Naharin (o chi ha visto Mr. Gaga di Tomer Heymann) coglierà nel metodo di Bobbi l’eco dell’approccio alla corporeità caratteristico del coreografo israeliano e dello stile Gaga. Se però Heymann ha raccontato la figura del maestro e del suo rapporto con gli allievi, Elvira Lind ci offre il punto di vista di un’allieva che dopo essere cresciuta con gli insegnamenti di Mr. Gaga spicca il volo, lasciando il suo (secondo) nido per realizzare i propri sogni.

SCHEDA TECNICA
Bobbi Jene (Israele-Svezia-Danimarca-USA, 2017). REGIA: Elvira Lind. SCENEGGIATURA: Elvira Lind, Adam Nielsen, Maja Jul Larsen. FOTOGRAFIA: Adam Nielson. MONTAGGIO: Adam Nielsen. MUSICHE: Uno Helmersson. CAST: Or Schraiber, Bobbi Jene Smith. GENERE: Documentario. DURATA: 95’
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About Alessandro Guatti

Laureato in Storia e critica del cinema presso il DAMS di Bologna e specializzatosi in Cinema, Televisione e Produzione multimediale con una Tesi di Studi Culturali sull’identità e la memoria nel cinema israeliano contemporaneo (110 con lode), delinea la sua attività professionale come critico cinematografico per Melegnano webtv, Cinemacritico, Farefilm, Interference e come videomaker orientato verso produzioni legate all'ambito musicale e teatrale, con documentari e videoclip.

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