Sorry, this entry is only available in Italian. For the sake of viewer convenience, the content is shown below in the alternative language. You may click the link to switch the active language.


Voto al film:

Born to Be Wild

Penultimo film di Stanley Kubrick, Full Metal Jacket resta a oggi uno dei film più efficaci e incisivi sulle conseguenze della formazione militare sui soldati, sulla crisi identitaria che ne scaturisce e porta allo smarrimento del proprio io, facendone bestie tra le bestie, killer spietati assetati del sangue nemico. Read more


Voto al film:

Ossessione Lolita

Un distinto professore inglese di mezza età, trasferitosi negli Stati Uniti, perde la testa per la figlia adolescente della proprietaria della casa in cui ha preso una stanza in affitto, scivolando in un vortice che conduce alla follia. Read more


Voto al film:

Tra Paura e Follia

“Nothing’s scarier than a clown”. Nella città dalle mille luci, in una serie televisiva che ha fatto epoca, questa frase viene pronunciata dalla protagonista femminile, la single quarantenne (forse) più amata della storia della televisione. Read more

Voto al film:

Ridere della tragedia

L’antinomia tra le immagini degli elicotteri che trasportano corpi di soldati feriti e martoriati verso l’ospedale da campo e le note delicate e dolci della bellissima Suicide Is Painless annuncia già dalla prima scena una delle principali caratteristiche del film di Robert Altman: il contrasto apparente tra leggerezza e tragedia, divertimento e morte, risate e guerra, scherzi e sangue, tutti elementi che in realtà convivono necessariamente e molto umanamente in situazioni estreme da esorcizzare con uno sberleffo.

E tutto M.A.S.H, che racconta le imprese burlesche di tre chirurghi americani (donnaioli, bevitori ma bravissimi nel loro lavoro, interpretati da Donald Sutherland, Elliott Gould e Tom Skerritt) in un ospedale militare da campo vicino al fronte della guerra di Corea, è un unico grande sberleffo. Una presa in giro dell’assurdità della guerra (si scrive Corea ma si legge Vietnam, in pieno svolgimento all’uscita del film), dell’esercito con le sue ridicole regole, della religione (i personaggi bigotti interpretati da Sally Kellerman e Robert Duvall sono i più sbeffeggiati ed il prete militare è una macchietta), perfino del suicidio (genialmente dissacrante la scena del suicidio inscenato con un’ultima cena irresistibilmente comica) ed in definitiva della società americana (ad esempio nella grottesca partita di football finale).
Fin dal primo dialogo compare uno degli stilemi del cinema di Altman: le voci accavallate di diversi personaggi, che se da una parte rendono difficile la comprensione, dall’altro restituiscono quell’autenticità dei dialoghi reali che il regista ricerca, rompendo gli schemi del cinema classico. Ma tutto il film è caratterizzato da una sorta di confusione creativa. Non c’è una vera e propria trama ma un susseguirsi di episodi e sketch che danno vita ad un cinema aneddotico pieno di personaggi minori eppure tessere essenziali nel mosaico della rappresentazione.
In questo collage creativo un elemento fondamentale è la colonna sonora, a sua volta un patchwork di generi e stili. Innanzi tutto le allegre marce sinfoniche scritte da Johnny Mandel, autore anche della canzone Suicide Is Painless (presente in versione integrale all’inizio della pellicola e poi solo voce e chitarra nella scena del suicidio), un pezzo folk con echi di Simon & Garfunkel che è quasi un inno religioso tra arpeggi di chitarra, violini e cori in falsetto, ma con un testo tra l’ingenuo (le parole sono del figlio quattordicenne di Altman) e il disperato che parla di suicidio.
Poi diversi canti camerateschi e militari tradizionali come Onward, Christian Soldiers, When the Lights Go On Again, e Hail to the Chief cantati dagli attori e ancora versioni in giapponese di brani classici jazz e popolari americani degli anni cinquanta (Tokyo Shoe Shine Boy di Tasuku Sano, Hi-Lili, Hi-Lo di Bronislau Kaper e The Japanese Farewell Song di Hasegawa Yoshida), diffusi dagli altoparlanti dell’ospedale da campo.
Nove anni dopo l’uscita di M.A.S.H altri elicotteri hanno raccontato al cinema la guerra (lì esplicitamente quella del Vietnam), in una scena che sembra il contraltare di quella iniziale del film di Altman: il film era Apocalypse Now e lì gli elicotteri distruggevano e bruciavano vite nell’orgia impetuosa e feroce della Cavalcata delle Valchirie di Wagner, mentre qui le vite cercano di salvarle cullati dalla musica placida di Suicide Is Painless.

Se da una parte Coppola dà vita alla più terribile e meravigliosa descrizione dell’orrore della guerra, dall’altra Altman quell’orrore lo ridicolizza. Perché se ridere è ciò che ci distingue dalle altre specie viventi, tra sangue, morti e feriti, per cercare di restare umani, la cosa migliore è ridere.

 

SCHEDA TECNICA:
M.A.S.H. (Stati Uniti, 1970) – REGIA: Robert Altman. SCENEGGIATURA: Ring Lardner Jr.. FOTOGRAFIA: Harold E. Stine. MONTAGGIO: Danford B. Greene. MUSICA: Johnny Mandel. CAST: Donald Sutherland, Elliott Gould, Tom Skerritt, Robert Duvall. GENERE: Commedia, Drammatico, Guerra. DURATA: 116′.


Voto al film:

Il senso di Quentin per il cinema

Hollywood, 1969. Il divo di serie western, ormai offuscato, Rick Dalton e il suo stuntman Cliff Booth vivono, con malcelata rabbia e sofferenza il primo e compiaciuto distacco il secondo, l’inevitabile conclusione di un’epoca. Sullo sfondo, la Storia fa da cornice di senso e preserva, nascosta, una drammaticità dai risvolti inaspettati. Read more

© 2016 Leitmovie - Associazione culturale | CF:91379950370 | info@leitmovie.it | Cookie Policy
Top

Web design a cura di Beltenis.it