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Voto al film:

L’importanza di chiamarsi Elton

È uno strano periodo. Si stanno storicizzando star dei decenni classici del pop-rock, forse perché lo stesso mercato del pop-rock funziona al giorno d’oggi in maniera talmente prudente da osare molto meno. Vengono creati molti meno personaggi-ready-made com’erano Elton John o Freddie Mercury. Read more


Poetica politica.

Prima del canonizzarsi del “mafia-movie” e prima della grande stagione del cinema politico italiano, fu A ciascuno il suo, quinto lungometraggio di Elio Petri, a spalancare gli occhi del grande pubblico sulle criminali connessioni tra potere, Chiesa e malavita.

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Il film mi è piaciuto molto perché è riuscito a trasmettermi molte emozioni e anche a trasmettermi un significato. Il finale è strutturato molto bene ed è anche commovente; peccato soltanto che è abbastanza prevedibile.

Il significato del film mi è arrivato chiaro e tondo: gli attori sono stati molto bravi a far capire agli spettatori che le persone con degli handicap sono in grado di fare tutto.

Nel film ho notato che la musica serviva a sfogare la protagonista Paula e a tirar fuori tramite le parole tutto quello che ha dentro di sé, cosa che non può fare in casa perché parla solo con dei segni.

Nel film prevalgono le inquadrature soggettive soprattutto per Paula oppure i suoi genitori, mentre il movimento di macchina è principalmente “a spalla”: infatti ho notato che tante azioni erano molto mosse, tanto da far venire mal di testa.

Il significato di questo film lo collegherei a quello di We Are the Best! dove tre amiche creano una band dove suonare e liberare quello che hanno dentro di sé poiché provegono da famiglie disagiate.

Il film è ottimo e lo consiglierei a tutti i miei amici.

Paolo Bianco – 2B

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Il film è commovente ma allo stesso tempo ironico. Grazie alla musica Paula riesce per una volta in 16 anni a raccontare le proprie emozioni, la propria rabbia, la propria felicità e la voglia di “volare” cantando. Non è facile vivere in una famiglia di sordomuti, non è facile non poter parlare ed esprimersi o anche arrabbiarsi con qualcuno. La vita di Paula non è mai stata facile, ma grazie alla musica lei riesce a vivere, riesce ad esprimesi e questo per una volta la rende felice.

Secondo me in questo film la musica è l’arma e lo scudo della protagonista. Grazie ad essa Paula riesce ad esternare le proprie emozioni e le proprie paure. Possiamo dire che la musica è una forma di sfogo, è uno scudo dietro cui proteggersi quando sta per crollare.

Le inquadrature che ho notato sono in particolare soggettive.

Secondo me questo film si rispecchia molto nel L’ottava nota, in cui il protagonista Stet era stato mandato in un’accademia di canto perché era rimasto senza nessuno: la madre era morta e il padre non voleva saperne niente di lui. Era solo, non sapeva con chi confidarsi e l’unico modo per esternare le sue emozioni era la musica, l’unica sua salvezza. Un altro film che posso collegare è Sing Street, dove il protagonista decide di formare una band per conquistare una ragazza, mentre ne La famiglia Bélier Paula si iscrive al corso per conquistare un ragazzo.

Questo film è molto bello e lo consiglierei a tutti perché ti fa capire quanto la musica possa aiutarti a esprimere le tue insicurezze, la tua felicità e la tua rabbia anche in una situazione famigliare disagiata come quella di Paula. Secondo me questo film ti fa capire che anche se sei da sola, senza nessuno con cui poter condividere quello che hai dentro, non ti devi abbattere, non ti devi arrendere, devi credere in te stesso e andare avanti senza scoraggiarti e rialzarti sempre più forte di prima per raggiungere il tuo traguardo e spiccare il volo. Questo è proprio quello che ha fatto Paula, ha avuto coraggio e si è rialzata più forte di prima. Infatti proprio per questo io vorrei ispirarmi a questo tipo di persona e andare avanti con coraggio.

Elena Carrino – 2B

Il film narra la vita in campagna della famiglia Bélier. Essendo sordomuti sia il secondogenito che la madre e il padre, Paula fa da tramite tra i suoi e il mondo “esterno” attraverso il linguaggio dei segni. I Belier vivono in un posto a loro ideale, vendendo i loro formaggi al mercato.

Quando Paula decide di seguire il ragazzo che le piace a un corso di canto a scuola, scopre la sua voce e, aiutata dal maestro di musica, si prepara per un’audizione a Parigi, mentre supporta il padre nella campagna elettorale per diventare sindaco. Alla fine, dopo un lungo lavoro, Paula passa l’audizione cantando Je vole e articolando la canzone con il linguaggio dei segni per i suoi genitori presenti in sala, facendoli commuovere.

Il film è stato fantastico, commovente, come quando Paula ha tradotto il testo di Je vole ai genitori, che anche senza sentire la figlia che cantava almeno capivano le parole. Il regista ha voluto immedesimarsi nei genitori sordomuti, perciò ha deciso di togliere l’audio, lasciando solo le “vibrazioni”.

La musica nel film è molto importante, è un ritrovo per la ragazza e l’aiuta a sfogarsi.

Le inquadrature più rilevanti sono la soggettiva sonora, in alcune parti falsa soggettiva.

Ho notato dei collegamenti con Il maestro di violino, dove il campetto recintato era un luogo protetto per gli alunni quando studiavano, oppure con We Are the Best!, quando le due migliori amiche litigano. Un terzo collegamento è con Sing Street, con le prese in giro della protagonista quando era a scuola. Infine anche in L’ottava nota, dove il bambino cerca di entrare nel coro e viene preso di mira dai compagni.

Del resto il film mi è piaciuto un sacco, ho pianto un sacco, quindi lo consiglio a chi piacciono i film commoventi, ma anche tutti gli altri.

Sofia Qui Si Yuan – 2B

Il film è ambientato nella Stoccolma del 1982. Le protagoniste sono tre ragazze di 13 anni indipendenti e coraggiose, che decidono di mettere su un gruppo punk.

Ho trovato questo film, in tutta sincerità, noioso per il semplice motivo che, a parer mio, non aveva un un obiettivo su cui mirare, era tutto svolto senza un filo conduttore. Ogni film che conosco, hanno una meta, questo non lo aveva .

Le inquadrature davano l’idea quasi di un documentario, a tratti zoomava; dialoghi scorrevoli e credibili. Nell’insieme questo film, a differenza degli altri, non sono riuscita ad apprezzarlo fino in fondo: film oggettivamente carino ma che si dimentica.

Maria Allegra Forte – 3A

La musica punk è per tre ragazze di Stoccolma, ma un po’ per tutti i giovani del mondo, una sorta di valvola di sfogo per ribellarsi al conformismo che a volte degenera in canali ottusi e bigotti. La vera protagonista di questo film è proprio la musica punk, urlata e suonata anche sulle pentole e ascoltate nelle cuffie del walkman. Anche se nel film non c’è uno sviluppo compiuto della storia e dei personaggi, ad essi è difficile non affezionarsi in quanto sono spontanei e coraggiosi.

A mio avviso We Are the Best! è stato un ottimo film, dove attraverso la musica queste ragazze riescono ad esprimere i propri bisogni e i propri ideali, ed è proprio la loro semplicità che li rende uniche e autentiche.

La musica punk è la vera protagonista del film, ed è una sorta di sfogo per i ragazzi non solo Stoccolma, per evadere (in senso buono) dal conformismo di tutti i giorni. Inoltre, come tutti i generi musicali anche il punk è una forma di socializzazione e di aggregazione.

Il linguaggio delle immagini è strettamente correlato alle tecniche di composizione dell’inquadratura. Sono realistiche e apparentemente semplici, ma nascondono una grande profondità, rendendo le protagoniste uniche, spontanee e coraggiose.

Come tutti i film che abbiamo visto, anche in questo abbiamo i temi utili e costruttivi per noi adolescenti, resi ancora più fruibili dalla musica, in questo caso punk, dove essa è come un’amica o mentore per affrontare con coraggio gli aspetti più difficili della vita. Grazie a questo film mi sento più sicuro e anche sfrontato, rispettando ovviamente sempre il prossimo

Renato Tonelli – 2E

Il film è ambientato nell’Iran del 2009 e racconta la storia di un ragazzo e una ragazza, Ashkan e Negar, che cercano ad ogni costo di creare una band e lasciare la capitale Teheran per andarsene in uno stato dove non ci siano imposizioni e leggi che limitino la loro musica e il loro modo di vivere. Per fare ciò chiedono l’aiuto di Nader, che li aiuterà con passaporti e visti, oltre a orientarli nell’ambiente musicale e non della città.

Questo film è, a parer mio, un inno alla libertà, alla rivoluzione, alla protesta contro il regime iraniano e che, anche se sinceramente non sono riuscita ad apprezzarlo fino in fondo per via del finale tragico e delle riprese sfocate, sono riuscita a stimarlo abbastanza da consigliarlo ad altre persone.

C’è da dire, tuttavia, che il film è stato girato in soli 17 giorni, senza alcun permesso e questo mi ha sbalordito: so con certezza che ci vuole un’abbondanza di coraggio per fare un film illegalmente in un paese dove tutto è sotto stretta sorveglianza.

Il titolo non è messo a caso, in Iran è vietato portare fuori sia i cani che i gatti, allo stesso modo i ragazzi protagonisti del film sono costretti a nascondersi per suonare la loro musica, proibita dalle autorità. Questo aspetto è mostrato in una scena nel quale un poliziotto ferma i due ragazzi in macchina perché in compagnia di un cane che, a idea del poliziotto, è randagio (ragionamento senza senso) e quindi si trova costretto a prenderlo.

Maria Allegra Forte – 3A
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