Sorry, this entry is only available in Italian. For the sake of viewer convenience, the content is shown below in the alternative language. You may click the link to switch the active language.


Voto al film:

La verità, ti prego, sull’amore

Luca Guadagnino prosegue in Chiamami col tuo nome il percorso di analisi del desiderio lungo il quale ha disseminato elaborazioni visivo/teoriche declinate in varie categorie: il desiderio di potere su uno sconosciuto (The Protagonists), quello erotico (Melissa P.), il desiderio di evasione alimentato dai sensi (Io sono l’amore) e quello di ricongiungersi al passato (A Bigger Splash). Qui si tratta del desiderio di amore tra un adolescente e un ragazzo più grande, che ripresenta tutte queste forme di desiderio, rispettivamente, nell’arrivo dell’“usurpatore”, nella sensualità di un uovo o di una pesca, nelle corse in bicicletta, nei riferimenti all’ellenismo e nel flash di ricordi precedente la separazione.

La finezza del regista è tale da non rendere questo desiderio lo scopo di una ricerca, bensì il mezzo per una costruzione identitaria forte. Attraverso l’amore per Oliver, Elio cerca di conoscere sé stesso. Già il titolo del film sottolinea la questione nominale: chiamare col proprio nome l’amato è fornire un’identità, una definizione a qualcosa che è per natura sfuggente (Oliver riflette sul “cambiare restando uguali” e sul “restare uguali cambiando”) ma che si cerca di rendere afferrabile e rassicurante. Per il protagonista, chiamare “Elio Elio Elio …” – con un rimando alla “rosa” di Gertrude Stein (“… è una rosa è una rosa è una rosa”) – diventa un’esternazione del primario elemento di auto-definizione, oltre all’affermazione dell’“amore che – finalmente – osa dire il proprio nome”.

Il nome è allora il primo tassello di un mosaico composto a poco a poco da Elio nel suo percorso di formazione: è significativa la presenza nel film dei Frammenti di Eraclito, anche perché collegata all’interesse archeologico del padre e di Oliver, funzionale ad affrontare la tematica dell’erotismo secondo un’ottica nobilitante. Le statue di nudi maschili che “sfidano a desiderarli” sono introdotte nei titoli di testa, proiettate in diapositiva (la visione come strumento gnoseologico e possibilità di concentrarsi sui dettagli, sui frammenti dell’oggetto del desiderio, sensuale o artistico che sia) e ritrovate sul fondo del lago (ancora, a frammenti). Ma sono proprio i frammenti (di sculture e di identità) a permettere ad Elio di compiere un cammino di conoscenza di sé e dell’altro: dalla Stella di David rimessa al collo (per emulare Oliver e per non essere più un “ebreo con discrezione”) alla stretta di mano tra i due ragazzi mediata dal braccio della statua, da contrapporre a quella finale tra Elio e Marzia in cui ogni maschera è caduta.

In questa esplorazione identitaria, oltre alla maturità con cui Guadagnino si dedica all’esplorazione degli ambienti e agli attraversamenti fisici o scopici delle soglie (portoni, finestre), il ruolo della musica è fondamentale. La colonna sonora alterna brani di musica classica (Bach, Adams) a Pop anni ’80 (Bertè, The Psychedelic Furs) nel tentativo di ricomporre un puzzle sonoro che dia conto della complessa identità di Elio. Il ragazzo dedica alla musica gran parte della sua giornata: la trascrive, la esegue per i genitori e gli amici di famiglia, la ascolta con gli auricolari o alla radio, la balla, la “indossa” (una maglietta dei Talking Heads), la trasforma in uno strumento di avvicinamento ad Oliver quando per lui suona Bach alla chitarra e poi, elaborato, al pianoforte. Ma anche la musica extra-diegetica è usata in modo raffinato: se Sakamoto o Glazer vengono talvolta interrotti da stacchi di montaggio o da rumori che dissipano le fantasie di Elio, le canzoni di Sufjan Stevens (Mystery of Love e Visions of Gideon) prendono più tempo perché riflettono il passaggio dall’attesa dell’amore all’amore vissuto e poi all’elaborazione a posteriori della propria storia.

Con l’intenso primo piano di Elio accanto ai titoli di coda, Guadagnino ci restituisce in tempo reale una fisiologia dell’elaborazione della separazione, con un protagonista che, seguendo l’insegnamento del padre, non uccide il dolore ma lo vive completamente per potersi riaprire alla vita, arricchito da un amore che resterà in lui per sempre.

L’articolo è pubblicato anche su Cinefilia Ritrovata.

SCHEDA TECNICA
Chiamami col tuo nome (Call Me by Your Name; Italia-Francia-Brasile-USA, 2017) – REGIA: Luca Guadagnino. SCENEGGIATURA: James Ivory. FOTOGRAFIA: Sayombhu Mukdeeprom. Montaggio: Walter Fasano. MUSICA: Sufjan Stevens. CAST: Timothée Chalamet, Armie Hammer, Michael Stuhlbarg, Amira Casar, Esther Garrel. GENERE: Drammatico. Durata: 132′

About Alessandro Guatti

Laureato in Storia e critica del cinema presso il DAMS di Bologna e specializzatosi in Cinema, Televisione e Produzione multimediale con una Tesi di Studi Culturali sull’identità e la memoria nel cinema israeliano contemporaneo (110 con lode), delinea la sua attività professionale come critico cinematografico per Melegnano webtv, Cinemacritico, Farefilm, Interference e come videomaker orientato verso produzioni legate all'ambito musicale e teatrale, con documentari e videoclip.

© 2016 Leitmovie - Associazione culturale | CF:91379950370 | info@leitmovie.it | Cookie Policy
Top

Web design a cura di Beltenis.it