Voto al film:

Quando l’ultraviolenza della forma legittima il contenuto

Ciglia finte sulla palpebra inferiore di un occhio, che sembra guardare il mondo alla rovescia; l’altro occhio, però, guarda dal verso consueto: basta un fotogramma per avere l’idea di una prospettiva morale ambigua. Arancia meccanica è un film che inneggia al libero arbitrio negandolo allo spettatore: la regia di Kubrick è un’efficace ‘cura Ludovico’ al contrario, che a colpi di violenza estetizzata impone un punto di vista monolitico. Alla fine del film, non si può che convenire spontaneamente sul fatto che quando si tenta di trasformare un essere umano in un piccione di Skinner, persino un ultraviolento diventa un ‘caro ragazzo cattivo’, per dirla con Leslie Fiedler.

Tralasciando i pirotecnici aspetti visivi, certamente il condizionamento ha a che fare anche con l’utilizzo della musica, opportunamente scelta per creare una distanza, un intervallo con il rappresentato. L’ultraviolenza è danza, grazie al 3/4 aereo dell’Ouverture della Gazza Ladra di Rossini o a Singin’ in the Rain, che infiocchetta un pestaggio col tip tap. L’azione violenta diventa una performance che ironicamente realizza il proposito di una vita intesa come opera d’arte. Anche il sesso si carica di comicità, con la cavalcata velocizzata del Guglielmo Tell rivisitata da Walter Carlos: per lo spettatore basta un poco di synth e la pillola va giù. Simili stratagemmi contribuiscono a creare una distanza che rende lo spettatore meno giudicante: per far questo Kubrick non esita a sfruttare i principi del montaggio sovietico come soluzioni formali, ma sovvertendone l’intento progressista. Il risultato è che anziché cercare di ottenere uno spettatore critico, prova in tutti i modi ad annientarlo.

Se Alex fosse stato un tipo da ‘sesso, droga e rock’n’roll’ avrebbe certamente avuto un impatto diverso sul pubblico, perché avrebbe ricalcato un pregiudizio diffuso. Si sa che ai media è sempre piaciuto trovare un nesso tra rock’n’roll e violenza, la solita storia che si ripete dagli anni Cinquanta con periodiche ondate di panico morale. La predilezione per Beethoven, invece, fa sembrare Alex una bestia sensibile alla bellezza e alla Cultura. Si tratta anche in questo caso di un cliché culturale, dato che nel futuro di Arancia meccanica Beethoven ha perso ogni traccia di humanitas e non è altro che un prodotto di consumo: si è definitivamente trasformato in un’icona pop, poco più di un poster o di un campanello alla moda. Al di là delle apparenze, lo slogan ‘stupro, ultraviolenza e Beethoven’ è solo un camuffamento sofisticato di ‘sesso, droga e rock’n’roll’, almeno quanto il nadsat è un camuffamento del gergo giovanile.

Tuttavia, scomodare Beethoven finisce per avere ben altre ripercussioni. La Nona è un capolavoro conteso persino a livello politico: per fare un esempio, dopo che la Germania hitleriana l’aveva creduta espressione di un nazionalismo aggressivo, la DDR aveva provveduto a trasformare Beethoven in un precursore del marxismo, riappropriandosi della sua musica. C’è in ogni caso un’inquietante vicinanza tra Beethoven e i regimi totalitari ed è Theodor Adorno ad insistere su questo pericoloso legame. Semplificando, pare che il nocciolo del problema sia da ricercarsi nella tecnica compositiva, in quel lavoro tematico che secondo il filosofo corrisponde al lavoro del concetto hegeliano (altra appropriazione discutibile): Beethoven partiva da un materiale talvolta esiguo, arrivando a sviluppare un’architettura musicale che diventava una sintesi totalizzante, in cui la forma era inscindibile dal contenuto e il tutto legittimava le parti. In breve, questa stretta relazione tra la parte e il tutto finisce per ispirare un parallelo con la relazione tra l’individuo e lo Stato totalitario. Ora, dato che Arancia meccanica è un sistema chiuso, in cui ogni elemento, al limite dell’eccentrico (sia da un punto di vista formale che di contenuto), è funzionale al risultato totale del film, è suggestivo intravedere un legame tra Kubrick e Beethoven, tanto più che per Beethoven, nel bene o nel male, sarà solo l’ennesimo di una lunga serie.

SCHEDA TECNICA
Arancia meccanica (A Clockwork Orange, Gran Bretagna, 1971) – REGIA: Stanley Kubrick. SCENEGGIATURA: Stanley Kubrick, dall’omonimo romanzo di Anthony Burgess. FOTOGRAFIA: John Alcott. MONTAGGIO: Bill Butler. MUSICHE: Walter Carlos, AA.VV. CAST: Malcolm McDowell, Patrick Magee, Adrienne Corri, Michael Bates, Warren Clark, John Clive. GENERE: Drammatico. DURATA: 136′

About Federica Maragno

Nata a Bologna nel 1985, si diploma in pianoforte nel 2005 presso il Conservatorio G.B.Martini. Nel 2011 consegue la Laurea Specialistica in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale con una Tesi in Cinema e Studi Culturali sul lolitismo nel cinema statunitense. Appassionata di cinema nordamericano, ha finora ricoperto posizioni molto diverse, tra cui promoter, pianista accompagnatrice, responsabile del personale, sistemista informatica. Attualmente insegna pianoforte in una scuola elementare.

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