Voto al film:

Livin’ the blues

Davanti a Eric Clapton: Life in 12 Bars sorge spontanea la domanda che accomuna la visione della maggior parte dei documentari biografici che circolano nelle sale nel format del film-evento, ovvero: per chi? Troppo superficiale per un fan e troppo specifico per avvicinare un non appassionato al soggetto, l’opera risulta niente più di una celebrazione dell’artista che non va oltre il già noto.

Diretto da Lili Fini Zanuck, autrice di Rush (1991) per il quale Clapton scrisse la colonna sonora, il documentario segue la vita e la carriera del bluesman di Ripley toccandone le fasi salienti dei numerosi alti e bassi privati e professionali. Seguendo il pedissequo ordine cronologico degli eventi, la vita di Clapton è narrata dall’infanzia a oggi, in un carosello di incontri e legami affettivi o professionali apparentemente unico motore degli eventi.

Dai Yardbirds a John Mayall & The Bluesbreakers, dai Cream a Derek and The Dominos e Blind Faith fino alla carriera solista, la costante di Clapton è stato l’amore viscerale per il blues che l’ha preso sin da bambino facendosi via d’espressione e di conforto da una vita non parca di problemi. L’abbandono da parte della madre appena nato, la forte introspezione e timidezza adolescenziale, le turbolenti relazioni affettive, la morte di amici-colleghi, la droga e l’alcol, la perdita del primogenito: senza volerlo, Clapton ha vissuto il dolore che in pochi hanno saputo trasmettere in musica, elevandola da forma artistica a strumento psicologico per superare i propri gangli interni. Questo ha spinto il chitarrista verso una ricerca tecnica costante, fedele alla tradizione del blues elettrico afromericano ma filtrata attraverso la cultura rock della Swinging London degli anni Sessanta. “Clapton is God” riportava uno slogan di fan estasiati dallo stile e dai naturali virtuosismi di uno dei maggiori esponenti del blues da sessantanni a questa parte, capace di congiungere la cultura pop bianca europea con quella nera americana in un risultato che tutt’oggi non appare affatto invecchiato.

Ma Zanuck si ferma qui, non va oltre nell’approfondimento dell’artista, preferendo piuttosto raccontare l’uomo attraverso la sua testimonianza diretta (la voice over di Clapton aleggia in tutto il film), immagini d’epoca e qualche nastro probabilmente da archivi personali. Si salva, come sempre in questi casi, la musica, qui abbondante sia negli estratti da album che da alcune registrazioni in sala dove è possibile sentire la pista del chitarrista. Un film da ascoltare, più che vedere.

SCHEDA TECNICA
Eric Clapton: Life in 12 Bars (Id., Inghilterra, 2017) – REGIA: Lili Fini Zanuck. SCENEGGIATURA: Stephen ‘Scooter’ Weintraub, Larry Yelen. MONTAGGIO: Chris King. MUSICHE: Gustavo Santaolalla. CAST: Eric Clapton, Duane Allman, Ginger Baker, BB King. GENERE: Documentario. DURATA: 135’

About Lapo Gresleri

Critico e storico cinematografico nato a Bologna nel 1985. Si laurea nel 2008 in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo con una Tesi in Caratteri del Cinema Nordamericano sul noir classico e nel 2010 consegue la Laurea Specialistica in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale con una Tesi in Cinema e Studi Culturali sull’opera di Spike Lee. Collaboratore esterno presso la Cineteca di Bologna dal 2009, è autore di saggi, articoli e recensioni a carattere cinematografico pubblicati su volumi e riviste tra cui Inchiesta, Archphoto 2.0, Cinergie, Mediacritica, Parole Rubate, Fermenti, Studi Pasoliniani, Cineforum Web, Cinefilia Ritrovata e Le Magazine Littéraire. Nel 2018 pubblica la monografia "Spike Lee. Orgoglio e pregiudizio nella società americana" (Bietti).

© 2016 Leitmovie - Associazione culturale | CF:91379950370 | info@leitmovie.it | Cookie Policy
Top

Web design a cura di Beltenis.it