Voto al film:

Don’t dream small

“La gioventù non è un momento della vita, è una condizione mentale”. Un documentario che straripa dai confini tradizionali dell’opera cinematografica per farsi opera audiovisiva a tutto tondo, immersiva, dove la musica diventa oggetto vivo e forza trainante di una narrazione coinvolgente sotto ogni punto di vista. Questo è My Generation: alla regia il documentarista David Batty; davanti alla macchina da presa Michael Caine nel ruolo del narratore che guida il pubblico alla scoperta degli swinging Sixties londinesi, quei favolosi anni Sessanta così determinanti per il cambiamento sociale e culturale del mondo occidentale.

La potenza del film deriva soprattutto dal fatto che il racconto di Michael Caine (classe 1933) annoda la sua storia personale a quella collettiva, e la costruzione del discorso filmico di Batty rispecchia ed amplifica questo intreccio attraverso suggestivi materiali d’archivio per lo più finora inediti e interviste ad esponenti di spicco dell’arte, della musica e della moda di quel periodo, (di)mostrando come le grandi rivoluzioni comincino sempre da piccoli passi.

 

Lo sguardo di Batty su questo fondamentale momento storico spazia dal salone del parrucchiere Vidal Sassoon (che con i suoi tagli geometrici innovò il look della donna) al terremoto socio-culturale provocato dalle minigonne della stilista Mary Quant, dalla musica di Beatles, Rolling Stones e The Who (dei quali uno dei più noti singoli s’intitolava proprio My Generation) ai cambiamenti sociali più generali che comprendevano il dibattito sul consumo di droghe e i movimenti di liberazione della donna.

 

Con la grande varietà di materiale utilizzato Batty riesce a realizzare un’opera profondamente coerente, in cui passato e presente sono legati da un geniale montaggio che accosta o per analogia tematica le parole di Caine a spezzoni di film da lui interpretati o per analogia visiva scene simili ambientate ieri e oggi. Alla base, naturalmente, c’è un’idea artistica in grado di unire la microstoria alla macrostoria e il privato al pubblico, un’idea che si spinge fino a farsi discorso sociologico sulle cause dei mutamenti che investono le società e sulla dirompente forza dell’esigenza di progresso. Così, attraverso il racconto delle proletarie origini cockney (cioè londinesi) di Caine, Batty riflette sulla contrapposizione tra working class e borghesia e sulla necessità di colmare il divario tra le classi sociali; nel riferire le esperienze di Mick Jagger, Marianne Faithfull o della modella e attrice Twiggy, il regista apre lo sguardo sul cambiamento delle mode, dei gusti e sul ruolo dell’arte nel progresso sociale.

My Generation è un inno alla vitalità di una generazione che ha cambiato la Storia perché era determinata a prendersi il posto che le spettava; è un invito rivolto alle generazioni future a rivendicare il loro diritto di auto-determinazione nei confronti di quelle precedenti; è, infine, la celebrazione del potere dirompente dell’arte.

SCHEDA TECNICA
My Generation (Inghilterra, 2017) – REGIA: David Betty. SCENEGGIATURA: Dick Clement, Ian La Frenais. FOTOGRAFIA: Ben Hodgson. Montaggio: Ben Hilton. MUSICA: Tarquin Gotch, The beatles, The Rolling Stones. CAST: Michael Caine, Joan Collins, Marianne Faithfull, Paul McCartney. GENERE: Documentario. Durata: 85′

About Alessandro Guatti

Laureato in Storia e critica del cinema presso il DAMS di Bologna e specializzatosi in Cinema, Televisione e Produzione multimediale con una Tesi di Studi Culturali sull’identità e la memoria nel cinema israeliano contemporaneo (110 con lode), delinea la sua attività professionale come critico cinematografico per Melegnano webtv, Cinemacritico, Farefilm, Interference e come videomaker orientato verso produzioni legate all'ambito musicale e teatrale, con documentari e videoclip.

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