{"id":29889,"date":"2026-06-07T09:19:47","date_gmt":"2026-06-07T09:19:47","guid":{"rendered":"https:\/\/leitmovie.it\/?p=29889"},"modified":"2026-06-07T10:42:48","modified_gmt":"2026-06-07T10:42:48","slug":"biografilm-2026-love-for-steve-il-sassofonista-che-visse-due-volte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/leitmovie.it\/en_gb\/biografilm-2026-love-for-steve-il-sassofonista-che-visse-due-volte","title":{"rendered":"Biografilm 2026 &#8211; Love for Steve, il sassofonista che visse due volte."},"content":{"rendered":"<p>Dei jazzisti del bop si dice che o sono morti giovanissimi per droga o sono arrivati quasi a cento anni. Steve Grossman sfugge a questa regola \u2013 somiglia pi\u00f9 a quel che si dice dei gatti.<\/p>\n\n\n\n<p>Il documentario <em>Love for Steve<\/em>, di Luisa Grosso, ci mostra proprio questo: una persona nata a Brooklyn e parte attiva, fino a un certo momento della sua vita, della scena newyorkese. Il sassofono \u00e8 per lui un interesse assorbente fin da piccolo: il fratello Miles ci fa vedere foto del piccolo Steve gi\u00e0 con lo strumento al collo. La scena newyorkese, ai tempi, era quella che dettava la linea del jazz: l\u00ec si trovavano i musicisti migliori e l\u00ec Steve si guadagna la stima prima di Miles Davis (scusate se \u00e8 poco), poi del batterista Elvin Jones. Per dirla con il bassista Gene Perla, che lo accompagner\u00e0 nell\u2019avventura con Jones e successivamente con il percussionista Don Alias, Steve era passato da Miles Davis al miglior batterista del mondo e poi al miglior percussionista del mondo. <\/p>\n\n\n\n<p>Poi per\u00f2 qualcosa accade.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full is-resized\"><a href=\"https:\/\/leitmovie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/grossman.png\"><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"429\" height=\"571\" src=\"https:\/\/leitmovie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/grossman.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-29891\" style=\"width:229px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/leitmovie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/grossman.png 429w, https:\/\/leitmovie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/grossman-225x300.png 225w, https:\/\/leitmovie.it\/wp-content\/uploads\/2026\/06\/grossman-9x12.png 9w\" sizes=\"(max-width: 429px) 100vw, 429px\" \/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<p>Si ha l\u2019impressione che Steve Grossman, senza la musica, fosse come disorientato, come se la testa fosse talmente piena di note che, per fermarla, occorresse la droga. L\u2019altra impressione frequente \u00e8 che ci fosse quasi un muro invisibile fra lui e gli altri e che questo gli impedisse di farsi conoscere davvero. Colpisce che Gene Perla, pur avendo suonato con lui per anni, sembri conoscere solo in parte la sua vita privata, al punto da ignorare persino l&#8217;esistenza dei figli argentini. Pi\u00f9 avanti, gli amici bolognesi ricorderanno vagamente la ragazza francese che gli ha dato un\u2019altra figlia di cui perfino il fratello Miles non sa niente. Emerge cos\u00ec il ritratto di un uomo intelligente e inquieto che, nonostante tutto, ha avuto anche la sua dose di fortuna.<\/p>\n\n\n\n<p>E la sua fortuna aveva un nome e un cognome: Sandro Berti Ceroni, uno dei grandi manager del jazz italiano. Grossman approda in Italia grazie all&#8217;impresario bolognese Alberto Alberti che lo porta all\u2019Umbria Jazz, ma dopo un abuso pesante di sostanze, \u00e8 Sandro Berti Ceroni che lo salva da morte certa e lo porta a Bologna.<\/p>\n\n\n\n<p>Inizia da l\u00ec la sua seconda vita.<\/p>\n\n\n\n<p>Una vita che ci ricorda una Bologna che non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 \u2013 e non certo perch\u00e9 manchino i musicisti. I suoi amici lo ricordano al Chet Baker, al Praga Caff\u00e8, all\u2019osteria delle Dame nei bei tempi quando suonare in centro non era scoraggiato. Durante la sua seconda vita, Grossman passa dall&#8217;essere incastonato nelle casette a mattoncini del centro artistico di New York al rosso dei portici della Dotta. Gene Perla confessa che non ha mai capito questa scelta: a New York c\u2019erano musicisti con cui crescere artisticamente, il livello europeo non era paragonabile al suo. Quello che sembra sfuggirgli \u00e8 che Steve probabilmente cercava, oltre alla musica, una community con cui condividere la sua passione, un ambiente che lo aiutasse a uscire dal proprio isolamento. L&#8217;impressione \u00e8 che i musicisti bolognesi lo stimassero cos\u00ec tanto da sostenerlo in ogni maniera, primo fra tutti Valerio Pontrandolfo che lo accoglier\u00e0 in casa propria per sette anni dopo il litigio con Sandro Berti Ceroni.<\/p>\n\n\n\n<p>Difatti, quando decide di tornare a Long Island, Steve si isola definitivamente e di l\u00ec a poco muore.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Love for Steve<\/em> \u00e8 un documentario leggermente pi\u00f9 lungo della media \u2013 tarato sugli amatori del jazz. \u00c8 tuttavia difficile pensare a una durata differente per raccontare una persona che, sulla sua scia, ha lasciato indietro tanti ricordi, tanta gente, tanti aneddoti (non tutti lusinghieri) e tanto affetto. \u00c8 anche un\u2019occasione per rivedere due <em>jazzmen<\/em> scomparsi di recente \u2013 Jimmy Villotti e Sonny Rollins (che compare a telefono). Una lunga intervista allo stesso Steve aiuta a disegnarne meglio il ritratto. <\/p>\n\n\n\n<p>Sfuggente com\u2019era, ricostruirne la vita non era certo cosa facile.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>SCHEDA TECNICA<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Love for Steve (Italia; 2026). REGIA: Luisa Grosso. SOGGETTO Luisa Grosso, Germano Maccioni FOTOGRAFIA: Marco Ferri. MONTAGGIO: Paolo Marzoni. MUSICA: Steve Grossman, Miles Davis, Stoe Alliance, AA VV. GENERE: Documentario. DURATA: 100\u2019.<\/strong><\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dei jazzisti del bop si dice che o sono morti giovanissimi per droga o sono arrivati quasi a cento anni. 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