Seeyousound 2026 – A Century in Sound

Voto al film:

In ascolto.

Mentre la puntina del giradischi scorre sui vinili, le copertine dei relativi album sono esposte alla clientela che, seduta ai tavolini del caffè, ascolta in silenzio i brani di Mozart, Debussy o Chopin annunciati al microfono da voci leggere. È la routine di un luogo magico, dove sorseggiare una bevanda (senza mangiare: troppo rumoroso) diventa il pretesto per poter godere della musica classica con un impianto di altissima qualità. Siamo a Tokyo e il Cafe Lion (Meikyoku Kissa Lion) è il primo dei tre locali che il bellissimo documentario di Nick Dwyer e Tu Neill intitolato A Century in Sound porta agli spettatori quale esempio di luogo in cui l’interesse per la musica ha reso possibile la costituzione di una vera e propria comunità di appassionati. Se il Cafe Lion permette ai suoi avventori di godere della musica classica in condizioni d’ascolto eccellenti, il Jazz Kissa Eigakan accoglie tra i suoi tavoli i cultori del jazz, mentre il Birdsong Cafe propone un repertorio più moderno, che spazia dal rock al city pop.


A illustrare la pratica d’ascolto (rigorosamente collettivo e silenzioso) propria di tali locali denominati ongaku kissa sono i proprietari stessi: nelle interviste che costituiscono il filo conduttore del film, questi uomini e queste donne ripercorrono la loro passione musicale e intrecciano le loro storie personali con la storia collettiva del Giappone in coinvolgenti racconti autobiografici a cui fanno da contrappunto preziose immagini di repertorio.

A Century in Sound non si limita infatti a descrivere e raccontare questi luoghi preziosi dedicati a un ascolto consapevole e immersivo della musica – dove i gestori funzionano quasi come dei juke-box viventi a cui si può richiedere di far ascoltare al pubblico un determinato disco ­– ma ha il merito di trasformare questi piccoli rifugi in punti d’accesso alla storia del Paese, per offrirne una panoramica sui cambiamenti non soltanto del gusto musicale ma anche sociologici e culturali.

Il secolo del titolo copre gli anni compresi tra il 1926 (anno di apertura del Cafe Lion) a oggi e la carrellata temporale operata dai racconti delle nostre guide ottantenni (di cui immediatamente ci si innamora) spazia dalle spensierate condizioni sociali precedenti lo scoppio della seconda guerra mondiale all’iper-industrializzazione dell’inizio del nuovo millennio, ponendo in luce un progressivo distacco della popolazione giapponese dalla propria tradizione culturale. Quando la parola passa ad alcuni habitué dei kissa, la trasformazione della società nipponica appare sempre più evidente: “Japan had started to drift away from its cultural roots”, afferma una cliente del Birdsong Cafe. Mentre dunque il Paese corre spedito verso la modernità, le varie generazioni si allontanano sempre più dalle tradizioni popolari e la musica non fa eccezione.

Se però il problema dello sradicamento culturale dei giapponesi è ben messo in luce dai racconti dei nostri protagonisti, l’acume dei registi permette di obiettare in partenza all’accusa che potrebbe essere rivolta proprio agli ongaku kissa che propongono musica non tradizionale (il free jazz, la sinfonica…) perché è proprio la modalità attraverso la quale le composizioni sono fruite a riconnettere i luoghi all’identità culturale del Paese: l’ascolto condiviso, la ritualità dei gesti che lo rende concreto (il posizionamento dei dischi sulle mensole, il passaggio della spatola sul vinile…), la cura dei dettagli dell’arredamento, degli impianti e delle casse (magistralmente sottolineata da una scelta ineccepibile di inquadrature e da un montaggio elegante e garbato) rivelano un approccio profondamente “interno” (da un punto di vista culturale) a un oggetto che può essere considerato esterno alla tradizione.

Anche per questo gli ongaku kissa rappresentano un vero e proprio patrimonio storico e culturale. Situati sulla linea di confine tra freschezza e nostalgia, questi luoghi si configurano come presidi di resistenza al tempo che cancella, come àmbiti di resilienza dove la condivisione della cultura diventa la base su cui costruire nuove comunità, dove l’amore per la musica e la ricerca della migliore esperienza d’ascolto possibile si vestono di rispetto per l’arte e la curiosità o l’interesse per forme di musica non appartenenti alla propria cultura tradizionale diventano un nuovo modo per fare i conti con la Storia: la propria e quella di tutti.

SCHEDA TECNICA
A Century in Sound (Nuova Zelanda, Giappone; 2024). REGIA: Regia: Nick Dwyer, Tu Neill. SCENEGGIATURA: Nick Dwyer. FOTOGRAFIA: Timothy Flower. MONTAGGIO: Tu Neill. MUSICA: W. A. Mozart, C. Debussy, J. Coltrane, T. Monk, The Pastics, Haruomi Hosono. GENERE: Documentario. DURATA: 85’.

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