Biografilm 2026 – Love for Steve, il sassofonista che visse due volte.

Dei jazzisti del bop si dice che o sono morti giovanissimi per droga o sono arrivati quasi a cento anni. Steve Grossman sfugge a questa regola – somiglia più a quel che si dice dei gatti.

Il documentario Love for Steve, di Luisa Grosso, ci mostra proprio questo: una persona nata a Brooklyn e parte attiva, fino a un certo momento della sua vita, della scena newyorkese. Il sassofono è per lui un interesse assorbente fin da piccolo: il fratello Miles ci fa vedere foto del piccolo Steve già con lo strumento al collo. La scena newyorkese, ai tempi, era quella che dettava la linea del jazz: lì si trovavano i musicisti migliori e lì Steve si guadagna la stima prima di Miles Davis (scusate se è poco), poi del batterista Elvin Jones. Per dirla con il bassista Gene Perla, che lo accompagnerà nell’avventura con Jones e successivamente con il percussionista Don Alias, Steve era passato da Miles Davis al miglior batterista del mondo e poi al miglior percussionista del mondo.

Poi però qualcosa accade.

Si ha l’impressione che Steve Grossman, senza la musica, fosse come disorientato, come se la testa fosse talmente piena di note che, per fermarla, occorresse la droga. L’altra impressione frequente è che ci fosse quasi un muro invisibile fra lui e gli altri e che questo gli impedisse di farsi conoscere davvero. Colpisce che Gene Perla, pur avendo suonato con lui per anni, sembri conoscere solo in parte la sua vita privata, al punto da ignorare persino l’esistenza dei figli argentini. Più avanti, gli amici bolognesi ricorderanno vagamente la ragazza francese che gli ha dato un’altra figlia di cui perfino il fratello Miles non sa niente. Emerge così il ritratto di un uomo intelligente e inquieto che, nonostante tutto, ha avuto anche la sua dose di fortuna.

E la sua fortuna aveva un nome e un cognome: Sandro Berti Ceroni, uno dei grandi manager del jazz italiano. Grossman approda in Italia grazie all’impresario bolognese Alberto Alberti che lo porta all’Umbria Jazz, ma dopo un abuso pesante di sostanze, è Sandro Berti Ceroni che lo salva da morte certa e lo porta a Bologna.

Inizia da lì la sua seconda vita.

Una vita che ci ricorda una Bologna che non c’è più – e non certo perché manchino i musicisti. I suoi amici lo ricordano al Chet Baker, al Praga Caffè, all’osteria delle Dame nei bei tempi quando suonare in centro non era scoraggiato. Durante la sua seconda vita, Grossman passa dall’essere incastonato nelle casette a mattoncini del centro artistico di New York al rosso dei portici della Dotta. Gene Perla confessa che non ha mai capito questa scelta: a New York c’erano musicisti con cui crescere artisticamente, il livello europeo non era paragonabile al suo. Quello che sembra sfuggirgli è che Steve probabilmente cercava, oltre alla musica, una community con cui condividere la sua passione, un ambiente che lo aiutasse a uscire dal proprio isolamento. L’impressione è che i musicisti bolognesi lo stimassero così tanto da sostenerlo in ogni maniera, primo fra tutti Valerio Pontrandolfo che lo accoglierà in casa propria per sette anni dopo il litigio con Sandro Berti Ceroni.

Difatti, quando decide di tornare a Long Island, Steve si isola definitivamente e di lì a poco muore.

Love for Steve è un documentario leggermente più lungo della media – tarato sugli amatori del jazz. È tuttavia difficile pensare a una durata differente per raccontare una persona che, sulla sua scia, ha lasciato indietro tanti ricordi, tanta gente, tanti aneddoti (non tutti lusinghieri) e tanto affetto. È anche un’occasione per rivedere due jazzmen scomparsi di recente – Jimmy Villotti e Sonny Rollins (che compare a telefono). Una lunga intervista allo stesso Steve aiuta a disegnarne meglio il ritratto.

Sfuggente com’era, ricostruirne la vita non era certo cosa facile.

SCHEDA TECNICA

Love for Steve (Italia; 2026). REGIA: Luisa Grosso. SOGGETTO Luisa Grosso, Germano Maccioni FOTOGRAFIA: Marco Ferri. MONTAGGIO: Paolo Marzoni. MUSICA: Steve Grossman, Miles Davis, Stoe Alliance, AA VV. GENERE: Documentario. DURATA: 100’.

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