Voto al film:

Quando un regime cancella l’identità

1981, Sud Africa. La supremazia bianca rivolge la sua aggressività all’interno e all’esterno dei confini dello Stato. La guerra con l’Angola rende obbligatorio per ogni sedicenne prestare servizio militare per due anni, periodo nel quale la rigida disciplina dell’esercito agisce come un vero e proprio lavaggio del cervello affinché i giovani possano identificare come nemica ogni manifestazione identitaria che sconfina dalla granitica figura dell’uomo bianco suprematista. Di conseguenza, comunisti, neri e omosessuali vengono accomunati agli occhi della popolazione come deviazioni dalla normalità e pericoli per la società.

Il quarto film di Oliver Hermanus assume il punto di vista del giovane Nicholas (Kai Luke Brummer) per esplicitare il conflitto interiore di un “moffie” (termine dispregiativo afrikaans usato per denigrare un omosessuale) come metafora di un conflitto più generale che sta esplodendo all’interno della società sudafricana. Facendo del nemico un obiettivo da eliminare, la stigmatizzazione del diverso e il suo annientamento in chiave militare rivelano come il regime dell’apartheid abbia influenzato più di una generazione di uomini.

Stabilendo da subito il tema della mascolinità come elemento fondante della narrazione (la consegna a Nick da parte del padre di una rivista pornografica eterosessuale per meglio sopportare la durezza dell’esercito), il regista sudafricano rende manifesto come la causa del disagio interiore del protagonista abbia radici profonde. L’esercito infatti non è che un’aggravante di una situazione già molto delicata: questo è il senso dei frammenti della sequenza in flashback che mostra la reazione violenta e spropositata di un uomo quando crede di scorgere nel Nick ragazzino un interesse perverso verso alcuni uomini che si stanno facendo la doccia negli spogliatoi della piscina. Ad un primo istante la scena appare molto didascalica e quasi superflua; essa ha in realtà lo scopo di rendere il clima di paranoia e intolleranza in cui il giovane Nick e i ragazzi della sua generazione sono cresciuti.

Questa sequenza ha anche una notevole importanza dal punto di vista sonoro. Quando il ragazzino si avvicina agli spogliatoi, voci e rumori vengono gradualmente attenuati fino a scomparire. Lo stesso artificio si ripete quando il sedicenne Nicholas si ritrova nelle docce della caserma, in mezzo ai suoi commilitoni nudi, e in altri momenti in cui c’è una reale o desiderata possibilità di avvicinamento a un corpo maschile. Lo sguardo del ragazzo non è però soltanto uno sguardo di desiderio carnale: esso rappresenta la ricerca di un contatto più genericamente intimo ed è proprio la colonna sonora a rivelarlo. In corrispondenza dell’attutirsi di voci e rumori, le musiche di Vivaldi e di Schubert emergono in un crescendo emozionante e il suono del violino o del violoncello fa vibrare il cuore dello spettatore in sintonia con l’animo del ragazzo, colmo di eccitazione, nervosismo e malinconia. La musica è quindi impiegata da Hermanus per amplificare lo stato emotivo del protagonista e per sottolineare l’importanza della questione omosessuale all’interno della trama del film. Quando Nick e il suo amico soldato canticchiano insieme Sugar Man di Sixto Rodriguez (all’epoca vero e proprio idolo musicale nel Paese, come racconta lo splendido documentario di Malik Bendjelloul Searching for Sugar Man), la musica diventa strumento di comunicazione oltre la superficie delle cose, cementa un legame affettivo tra ragazzi che si può esprimere soltanto ad un livello superiore. Ritrovare quindi la stessa canzone, seppur in una diversa versione rispetto all’originale, sui titoli di coda del film, dopo che Nick ritrova l’amico che era stato mandato in manicomio per essere curato dalla sua “malattia”, lascia un poco di speranza per il futuro, nonostante le ferite dei ragazzi non possano essere del tuto rimarginate.

SCHEDA TECNICA
Moffie (Sud Africa-Inghilterra, 2019) – REGIA: Oliver Hermanus. SCENEGGIATURA: Oliver Hermanus, Jack Sidey. FOTOGRAFIA: Jamie D Ramsay. MONTAGGIO: Alain Dessauvage, George Hanmer. MUSICHE: Braam du Toit. CAST: Kai Luke Brummer, Ryan de Villiers, Matthew Vey, Stefan Vermaak. GENERE: Drammatico. DURATA: 103′

About Alessandro Guatti

Laureato in Storia e critica del cinema presso il DAMS di Bologna e specializzatosi in Cinema, Televisione e Produzione multimediale con una Tesi di Studi Culturali sull’identità e la memoria nel cinema israeliano contemporaneo (110 con lode), delinea la sua attività professionale come critico cinematografico per Melegnano webtv, Cinemacritico, Farefilm, Interference e come videomaker orientato verso produzioni legate all'ambito musicale e teatrale, con documentari e videoclip. Ha ideato e conduce, insieme a Massimiliano Colletti, la rubrica cinematografica "LeitRadio", inserita ogni settimana all'interno di "Piper" su radio Città del Capo.

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