Why You Wanna Fly, Blackbird?
Dear Ajayi è soprattutto una lettera in immagini che il regista Damilola Orimogunje scrive alle sue protagoniste prendendole come exempla della condizione femminile in Nigeria.
La prima produzione nigeriana ad essere inserita nella programmazione delle veneziane Giornate degli Autori ruota intorno a due sorelle che negli anni Novanta conducono vite molto diverse: Ade (Bimbo Akintola) è un’infermiera sposata ad un artista in difficoltà e porta quindi sulle sue spalle il peso del sostegno economico della famiglia; Titi (Tosin Adeyemi) è una cantante e ha uno stile di vita anticonformista. Adeyemi ha dichiarato di essersi subito innamorata del progetto (per concretizzare il quale il regista ha impiegato oltre dieci anni) perché questo ruolo le offriva la possibilità di riprendere le sue aspirazioni canore: l’attrice all’università aveva studiato anche musica e nel film canta realmente.
Nel secondo lungometraggio di Orimogunje la musica ha un’importanza notevole perché oltre a rappresentare un elemento tematico fondamentale è anche lo strumento usato sia per scandire i tempi della narrazione sia per descrivere atmosfere che risuonino con gli stati d’animo delle protagoniste, specialmente attraverso le composizioni originali di Ré Olunuga. Nel corso del film le due donne compiono archi narrativi abbastanza simili, che le costringono ad affrontare dapprima diverse situazioni di sopruso fisico o psicologico per approdare poi a una risoluzione interiore che le spinge a operare scelte coraggiose proiettandosi verso un futuro più sereno.
Uno degli aspetti interessanti di questo “film d’osservazione e non di giudizio” (definizione del regista) è l’ambivalenza del contesto musicale. Se infatti da un lato per Titi esibirsi nei club è un momento di auto-affermazione pubblica e al contempo un fugace attimo di libertà in cui la donna si congiunge alla parte più intima di sé (“è lì che trovo la mia gioia”), dall’altro l’ambiente musicale professionale è descritto – sineddoche della società intera – come estremamente maschilista, nel quale per una donna raggiungere la fama è molto difficile: è un settore dominato dagli uomini, in cui si deve adeguare la propria immagine agli standard di bellezza imposti dal patriarcato oppure concedersi sessualmente ai potenti. Del resto – come appare evidente dalla scena al tavolo del club – è la società nigeriana in toto a funzionare così (ancora oggi, come ha dichiarato Orimogunje stesso) poiché le opinioni di una donna non vengono pubblicamente considerate, mentre se le stesse cose vengono affermate da un uomo la reazione è diversa. Risulta dunque doppiamente frustrante vedere come Titi cerchi di ribellarsi a una gabbia sociale proprio attraverso la musica e la volontà di pubblicare un album.
Tuttavia, la definizione che nel film si fornisce della musica come di una “cosa viva” (“music is a living thing”) offre un appiglio per l’analisi della personalità della protagonista e della sua evoluzione. La musica non è qualcosa di statico, bensì di mutevole: “non importa da dove parte ma dove arriva”, “passa di mano in mano e nel suo cammino si modifica”, riceve influenze diverse e approda a generi nuovi, a nuovi sound, esattamente come accade per il film, in cui la critica ha individuato risonanze con il cinema di Douglas Sirk, Pedro Costa, Wong Kar Wai, Barry Jenkins e Djibril Diop Mambéty che non impediscono alla pellicola di mantenere un tono autenticamente nigeriano, anche grazie all’ottimo lavoro del direttore della fotografia KC Obiajulu.
Come emerge dall’analisi che viene esplicitata nella pellicola, anche la musica di Titi pur manifestando una spiccata originalità contiene influenze provenienti dal Ghana, da Fela Kuti, Erykah Badu, Nina Simone (Blackbird) e persino da Cindy Lauper (ma il pretendente che le canta Girls Just Wanna Have Fun dimostra di non aver capito niente e di essere soltanto un tipico maschio che prende alla lettera il testo della canzone), rielaborate in uno stile “fresh and different” che però “non vende”, perché troppo introspettiva, troppo poetica o troppo femminile. Questo nonostante il suo repertorio spazi dal jazz al pop e i testi delle sue canzoni – spesso inglesi – trattino temi amorosi ma anche religiosi.
Mentre allora il marito di Ade viene lanciato nella carriera artistica e lo vediamo ballare con l’amante, diventato una pedina di questo squallido e onnipresente gioco/ricatto morale, le due sorelle trovano nella cura verso la madre e soprattutto dentro sé stesse le risorse per rinascere a una nuova vita.
Il merlo (Blackbird) ora sa volare.
SCHEDA TECNICA
Dear Ajayi (Nigeria, Germania; 2026). REGIA: Damilola Orimogunje. SCENEGGIATURA: Damilola Orimogunje. FOTOGRAFIA: KC Obiajulu. MONTAGGIO: Olalekan Afolabi. MUSICA: Ré Olunuga. CAST: Bimbo Akintola, Tosin Adeyemi, Lanre Hassan, William Benson. GENERE: Drammatico. DURATA: 115’.
