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Biografilm 2026 – Hangar Rojo, il golpe Pinochet dal di dentro

Dell’11 settembre 1973, il golpe cileno, avevamo già tante storie – dall’horror satirico di Pablo Larrain, a Nanni Moretti con lo stupendo Santiago, Italia. Quel che mancava era uno sguardo dall’interno.

Hangar Rojo colma questa lacuna raccontando la storia del capitano Jorge Silva, un paracadutista dell’aeronautica che del paracadute ama il senso di libertà, il sentirsi padrone di sé. Nel giro di poco tempo la sua vita cambia: in poche ore il golpe di Pinochet irrompe. Tutti sanno che tre anni prima Silva ha salvato la vita a Salvador Allende, e per questo tutti lo guardano con sospetto. Per un solo giorno il capitano prova a convincersi di poter obbedire agli ordini del nuovo regime. L’orrore non durerà molto. Cerca di crederci.

Tuttavia, la prima mossa dei nuovi quadri di comando è prendere un hangar e riempirlo di prigionieri politici “rossi” trasformando l’Accademia aeronautica in un centro di detenzione e tortura. Il nuovo superiore di Silva, il colonnello Jahn, è un militare formato negli Stati Uniti che deumanizza i comunisti ogni volta che apre bocca. “Merde” è forse l’appellativo più gentile che usa. E quando il giovane sergente Mujica si rifiuta di sparare a un fuggitivo, riceve in risposta una pallottola vicino all’orecchio e l’etichetta di cagasotto.

Jorge Silva tocca così con mano l’essenza del fascismo. Sua moglie, che ama, intanto è in università e per tutte le prime ventiquattro ore del golpe risulta irraggiungibile. Mentre cresce l’angoscia per la sua sorte, Silva è dilaniato da un dilemma: restare e sporcarsi le mani o disobbedire.

Hangar Rojo parla del golpe cileno, ma parla con forza anche al presente. Come restare umani in un mondo che tende continuamente a disumanizzare gli altri? È questa la domanda al centro del film e, per affrontarla, la narrazione non poteva che partire dall’interno del golpe. Occupare il posto di Jorge Silva è scomodo per lo spettatore, proprio perché il suo è un posto scomodo: quello di chi, nel giro di ventiquattro ore, vede il proprio mondo capovolgersi. La musica di Alberto Micheli e Matteo Marrella accompagna gli stati d’animo del protagonista. La sua vita interiore, i pensieri che non riesce a esprimere, emergono attraverso melodie tese e misurate, necessarie in un film costruito soprattutto sui silenzi, sugli sguardi, sui non detti.

I due musicisti sono italiani e risiedono a Milano. Il legame dell’Italia con la vicenda cilena torna e in questo caso si traduce in termini produttivi con l’apporto indispensabile di Caravan, Berta Film e Rain Dogs, nonché dei fondi produzione della Regione Toscana.

La fonte è un libro, Disparen a la bandada, di Ferdinando Villagrán. E Villagrán giovane compare anche nel film, come personaggio: è uno dei prigionieri rinchiusi nell’hangar, uno dei “rossi” che devono la vita a Jorge Silva. La storia dei militari che si opposero al regime in Cile è stata raccontata raramente. Eppure c’erano, e come Jorge Silva furono costretti a prendere decisioni cruciali in pochissimo tempo.

Il film, precedentemente selezionato alla Berlinale nella sezione Prospettive, uscirà in sala il 9 luglio prossimo. Non è un’esagerazione dire che si tratta di un film necessario.

Hangar Rojo (Cile, Argentina, Italia; 2026). REGIA: Juan Pablo Sallato. SCENEGGIATURA: Luis Emilio Guzmán, SOGGETTO: Fernando Villagrán FOTOGRAFIA: Diego Pequeño. MONTAGGIO: Sebastián Brahm, Valeria Hernández. MUSICA: Matteo Marrella, Alberto Micheli, AA VV. GENERE: Thriller. DURATA: 83’.

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