Bella Ciao – Per la libertà

Questo film dà proprio l’impressione che rincorrere Bella Ciao sia come inseguire il vento.

Voto al film:

Indagine su Bella Ciao

Certe canzoni fanno il giro del mondo, gli etnomusicologi lo sanno bene. Non girano solo “intorno”, per usare un’espressione cara a Ivano Fossati, ma in lungo e in largo adattandosi alle varie situazioni che trovano nei luoghi che abitano.

Questo è certamente il caso di Bella Ciao e il film di Giulia Giapponesi cerca di tenere il passo con una traiettoria di diffusione decisamente sui generis di una musica che si è fatta simbolo. Certo, la musica si fa spesso simbolo: basti pensare a Verdi e il Risorgimento o a We’ll meet again nel Regno Unito durante la Seconda Guerra Mondiale. O a tutto il vergognoso contesto di Faccetta Nera. La storia di Bella Ciao però è particolare e nel documentario sono i partigiani Giorgio e Maso a ricordare il dettaglio che molti scordano: durante la resistenza la si cantò pochissimo (anche se i casi ci sono) e la si cantò molto dopo. Probabilmente proveniva da un canto yiddish dal titolo Koilen scritto da un newyorkese originario di Odessa nel 1919. E prima ancora – perché c’è un prima ancora – da un antico canto francese. Quanto alla versione partigiana, la prima versione scritta è del 1953. Fu dopo la guerra che dai raduni internazionali e i festival della gioventù, ricorda il professor Flores, venne trasportata in tutto il mondo perché facile da cantare, il ritornello è alla portata di tutti. È questo tipo di contesto che la soffia fino in Cina. L’iconico Yves Montand poi – che si chiamava all’anagrafe Ivo Livi – ne interpretò una celeberrima versione di cui il partigiano Giorgio dice nel film di essersi innamorato. Poi fu la volta di Milva. E come scordare lo scandalo del Festival di Spoleto che la lanciò al centro del dibattito nazionale a inizio anni Sessanta.

Ok, ma come si arriva al profesor della Casa di Carta, al video virale iracheno, alla resistenza del Rojava o al disco clandestino le cui note hanno sostituito la chiamata alla preghiera nei minareti di Izmir in un giorno di maggio del 2021? Secondo Eduardo Carrasco dei Quilapayùn – quelli del Pueblo Unido – che il pezzo lo portò in Cile, è l’impeto di lotta l’ingrediente che rende Bella Ciao una canzone così condivisa, che smuove animi, culture, periodi storici molto lontani fra loro. Un impeto che fa muovere lo stesso film di Giulia Giapponesi attorno al mappamondo.

Per İlkay Akkaya, ex componente del Grup Yorum (una formazione impegnata, nota alle cronache odierne per gli scioperi della fame politici) invece il segreto della carica internazionale di Bella Ciao è la melodia che colpisce prima del testo.

Questo film, che farà impazzire chi ha il pallino della ricerca musicale, si muove attorno a un oggetto di studio sfuggente, mutevole, così noto eppure così caleidoscopico. È una canzone, ma non è legata alla storia di un uomo come nel documentario su Halleluja di Leonard Cohen. È legato alla storia, anzi alle storie, le prospettive. Al vento di cambiamento.

Ecco, in effetti questo film dà proprio l’impressione che rincorrere Bella Ciao sia come inseguire il vento.

SCHEDA TECNICA
Bella Ciao – Per la libertà (Id., Italia, 2022) – REGIA: Giulia Giapponesi. SCENEGGIATURA: Giulia Giapponesi, Armando Maria Trotta. FOTOGRAFIA: Gianluca Ceresoli. MONTAGGIO: Francesca Sofia Allegra. MUSICHE: Marco Biscarini. CAST: Vinicio Capossela, İlkay Akkaya, Eduardo Carrasco, Marcello Flores D’Arcais. GENERE: Documentario. DURATA: 100′

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