In occasione del ciclo dei restauri di Jacques Tati, l’articolo di Alessandro Guatti sul sonoro nel cinema di M. Hulot

Il sonoro come espressione di poetica

In occasione del ritorno nelle sale cinematografiche dei più famosi film di Jacques Tati anche noi vogliamo rendere omaggio al grandissimo regista francese che ha reso la ricerca sul sonoro non soltanto uno dei punti cardine della sua poetica ma anche uno strumento concreto per riflettere sulla contemporaneità.

jour-de-fete Jacques TatiL’invito che vi rivolgiamo è dunque quello di andare al cinema ad “ascoltare” i capolavori di Tati. Noterete l’attenzione maniacale per ogni aspetto della colonna sonora: non solo la musica (per lo più diegetica) ma anche battute, dialoghi, suoni e rumori costituiscono davvero un’ossatura del film, giustificando appieno il nome che ad essa viene attribuito. La traccia acustica è elemento portante delle opere di Tati, fondamentale nel sostenere la trama stessa e nel definire la psicologia dei personaggi. Attraverso il sonoro Tati riesce a far emergere magnificamente i contrasti e le contraddizioni della modernità.

Ad esempio in Jour de fête (1949), ambientato nella campagna francese immune da quell’invasione della tecnologia che segnerà le opere successive, la comicità è spesso raggiunta dalla contrapposizione tra suoni naturali e rumori artificiali. Il chiocciare delle galline e il ronzìo del calabrone accentuano il disagio che il portalettere François (lo stesso Tati) esprime nell’incontro tra natura e cultura, tra campagna e civiltà. In questo film, che riprende molti spunti e situazioni dal suo precedente cortometraggio L’École des facteurs (1946), Tati è ancora dentro il mondo, seppure disadattato, mentre dal successivo Les vacances de M. Hulot (1953) egli darà vita al suo noto personaggio di Hulot, les-vacances-de-monsieur-hulot Jacques Tatiche non è in grado di inserirsi nella società o nell’ambiente in cui si trova, generando una comicità che – evoluzione di quella di Chaplin e di Keaton – gli permette di elaborare una vera e propria poetica per parlare del tempo presente.

Se l’importanza del sonoro per Tati è testimoniata sin dagli albori della sua attività di regista, è forse Mon Oncle (1958), vincitore dell’Oscar come Miglior film straniero e del Gran Premio della Giuria al festival di Cannes, che porta all’apice la sua ricerca in questo àmbito. I titoli di testa sono inseriti in pannelli simili a quelli che le ditte di costruzioni utilizzano per indicare le specifiche dei lavori in corso e sono coerentemente accompagnati dal rumore dei martelli pneumatici e degli altri attrezzi con cui gli operai inquadrati stanno lavorando. Lo spettatore è dunque immerso da subito in un ambiente sonoro che si discosta dall’incantevole atmosfera della campagna di Sainte-Sévère-sur-Indre, ambientazione di Jour de fête, o della spiaggia di Saint-Marc-sur-Mer, che, in Les vacances de M. Hulot, era comunque animato da automobili che si guastavano, campanelli che richiamavano i villeggianti all’hotel e persino fuochi d’artificio impazziti. In Mon Oncle Hulot è in città e l’impatto non è affatto indolore. L’incomunicabilità si conferma uno dei temi prediletti del regista: si pensi alla cornetta del telefono, che anziché favorire la comunicazione tra Hulot e il suo interlocutore, assume la funzione di amplificatore del rumore – quello naturale proveniente dal mercato – che invade la fabbrica; si presti attenzione al rumore costante che copre i dialoghi tra moglie e marito: prima quello del rasoio elettrico quando lei gli parla mentre lui si rade, poi quello dei fornelli e dei meccanismi della cucina quando lui tenta invano di farsi udire dalla donna impegnata a cucinare, e così via. Estendendo il discorso all’intera opera di Tati si noti infine l’uso paradossale della voce umana: i dialoghi sono ridotti a Mon Oncle Jacques Tatipoche battute, spesso poco udibili e comunque non molto significative, talvolta pronunciate in una Babele linguistica in cui inglese, francese moderno e dialetto di alcune regioni particolari della Francia (pronunciato come il francese antico) si sovrappongono in un vocìo, un costante bisbigliare che non fa altro che creare ulteriore confusione. Continua anche in Mon Oncle la contrapposizione natura/cultura (con l’intento chiaramente ironico di presentare come culturale l’eccessiva meccanizzazione della società) attraverso un’alternanza di esterni dove i cani sono liberi di passeggiare e gli uomini di interagire negli incontri del mercato, e di interni, siano essi domestici, dove ogni rapporto umano è innaturale perché falsato e viziato dalla modernità, o di una fabbrica nei cui uffici regna un silenzio imbarazzante, enfatizzato dallo snervante ticchettìo di un orologio e dal chiasso frastornante dell’officina che entra nelle stanze ogni volta che si apre una porta. Le porte sono uno strumento quasi magico in Tati. Attraverso una porta il custode della fabbrica scaccia i cani (il naturale non viene ammesso nel mondo moderno) facendoci sentire il baccano che proviene dall’interno; la porta del garage si chiude da sé bloccando all’interno i coniugi che devono attendere che il cane (cioè l’elemento naturale) o la domestica (cioè la civiltà che ha “addomesticato” gli istinti) venga a salvarli; le porte della casa, prive di maniglie come le antine della cucina, sembrano aprirsi e chiudersi a loro piacimento… Ritorna anche l’uso comico dei suoni naturali, come il cinguettìo dell’uccellino, sollecitato volutamente da Hulot con il riflesso della finestra, che fa da pendant al fischio dei bambini che, attirando l’attenzione dei passanti, li fa sbattere contro i pali producendo un gran rumore! Ma questo fischio sarà poi anche il simbolo di un’umanità e di una naturalità che alla fine del film avvicineranno padre e figlio in un’affettuosa stretta di mano. Il finale bonario ci fa dunque credere che una salvezza sia ancora possibile.

Questo ottimismo viene abbandonato nei film successivi: Playtime (1966) e Trafic Playtime Jacques Tati(opera del 1971 che purtroppo non avremo occasione di apprezzare nuovamente nelle sale) prendono una piega pessimista. Pur presentando diverse gag fisiche molto divertenti, suscitano una risata amara perché non c’è molto da ridere in una società ormai completamente assordata dal rumore. Il silenzio serve solo ad amplificare i passi dei personaggi rendendone una vera e propria descrizione acustica che va a sommarsi a quella visiva (si pensi alla sequenza iniziale di Playtime) o a rendere le situazioni di attesa più imbarazzanti e disagevoli, svelando – qui come in Mon Oncle – il rifiuto, da parte del potere industriale ed economico della modernità, nei confronti di un personaggio ancora umano come Hulot. Il rumore misura gli ambienti sia in senso fisico e metrico (i passi danno l’idea della lunghezza di un corridoio o del protrarsi di un’attesa telefonica) sia in senso morale (il degrado umano della clientela del ristorante cresce di pari passo con il rumore che essa produce).

In tale desolante panorama è un altro elemento sonoro a far talvolta cambiare rotta a questo pessimismo: la musica. La musica che descrive bucolicamente la campagna e nervosamente la città riesce a trasmettere una sensazione duplice: se in Mon Oncle sottolinea comicamente l’assurdità di una manovra di parcheggio interrompendosi ogni volta che la vettura si arresta per cambiare direzione, in Playtime evidenzia, avviata dalla moneta inserita nel parcometro, come il traffico delle città moderne sia poco differente da una giostra in cui si continua a girare in tondo. Eppure il ritmo della musica e le sue sonorità ci fanno pensare che il delirio della contemporaneità e l’assurdità di certi aspetti della vita moderna possano essere presi come un gioco, con ironia, come se fossimo ancora bambini. Come se fosse sempre Playtime, “Tempo di divertimento”.

Il film del ciclo “Omaggio a Tati” che torneranno nelle sale cinematografiche in versione restaurata grazie a Ripley’s Video e Viggo seguiranno il seguente calendario:

  • 6 giugno: Mon Oncle (1958)

  • 14 giugno: Playtime (1966)

  • 20 giugno: Les vacances de Monsieur Hulot (1953)

  • 27 giugno: Jour de Fête (1949)

About Alessandro Guatti

Laureato in Storia e critica del cinema presso il DAMS di Bologna e specializzatosi in Cinema, Televisione e Produzione multimediale con una Tesi di Studi Culturali sull’identità e la memoria nel cinema israeliano contemporaneo (110 con lode), delinea la sua attività professionale come critico cinematografico per Melegnano webtv, Cinemacritico, Farefilm, Interference e come videomaker orientato verso produzioni legate all'ambito musicale e teatrale, con documentari e videoclip.

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