Voto al film:

“Per il santino mi sento ancora abbastanza vivo”

Sono parole che il De André di Luca Marinelli pronuncia dopo il concerto tanto atteso alla Bussola nel 1975. La fiction diventa metafiction: sembra commentare se stessa. Dori Ghezzi d’altronde si era impuntata e c’era quasi riuscita. Aveva dichiarato che avrebbe acconsentito al biopic televisivo sul marito Fabrizio De André – Principe libero, a patto che il prodotto finale non risultasse “un santino” che a lui certamente non sarebbe piaciuto.

C’era quasi riuscita, dicevamo, quasi. Ce l’hanno messa tutta gli attori: un cast scelto estremamente bene in cui spicca la triade Fantastichini, Gobbi e soprattutto Marinelli, il cui solo peccato è di pronunciare il nome del suo personaggio alla romana (“Fabbrizio”) o di farsi scappare qualche fonema capitolino di troppo (tipo la parola “miragolo”). Quanto al resto, la mimesi con la postura, il tono di voce, la crisi d’astinenza da fumo, il ciuffo e la faccia di De André è degna di un grande attore. Senza contare che alcune delle canzoni sono cantate personalmente da lui – e stavolta non si è trattato certo di fare un po’ il clown sotto il karaoke di Anna Oxa. Anche la Bellé è una Dori Ghezzi piuttosto credibile. Vivace, spiritosa, coraggiosa.

L’amore insomma convince. Quello che non convince è l’anarchia. O piuttosto la carenza di essa.

De André/Marinelli a un certo punto dice al poeta maudit Riccardo Mannerini: “anarchia è darsi delle regole prima che te le diano gli altri”, ed è giusto. Peccato che questa fiction segua formalmente tutti i cliché delle biopic televisive precedenti. De André potrà anche ribellarsi, da figlio, alla strada scelta per lui dal padre, ma la fiction di rilievo su di lui non si libera dagli stereotipi e dai vizi della tradizione. C’è un modo di scrivere RAI, un modo di girare da cui non si prescinde, evidentemente, neanche quando la materia prima attoriale è di un certo calibro e il solito capro espiatorio della recitazione “alla René Ferretti” non è citabile in giudizio.

Francesca Serafini e Giordano Meacci hanno giustamente lasciato nella diegesi dei ghiotti aneddoti (tipo quello della canzone di Tenco “presa in prestito” da De André per rimorchiare) incasellati però nel solito, trito schema narrativo di sempre. Vediamo di individuarne alcuni momenti topici. 1. Il grande flashback circolare che parte dall’evento di rilievo (il rapimento). 2. L’adolescenza nella quale il protagonista già ha in nuce l’adulto (l’interesse per la parola, i dibattiti col prete, gli scontri ribellistici col padre). 3. L’adulto affascinante, ribelle: un maudit studiato per diventare un po’ idolo adolescenziale, un po’ maestro di vita (ma mai quanto il personaggio di Matteo Martari, che di Tenco non ha niente). 4. Il contrasto col padre espresso in folk/rock vs Bach/Mozart. 5. La prima moglie, che sappiamo destinata a non essere l’ultima, la quale inacidisce come una salsa andata a male subito dopo il matrimonio e rimane per tutto il tempo con un ghigno sarcastico sul volto. 6. Il rapportarsi sempre ai personaggi singoli (Villaggio, Tenco, Mannerini) senza tenere conto del fermento (per inclusione o contrasto) che era la Genova degli anni Cinquanta/Sessanta, della quale si mostrano solo le casse di 45 giri che entravano in porto. 7. Le occhiate fatali di Fabrizio al tavolo di Dori Ghezzi con la moglie Puny a fianco. 8. Lo stereotipo di facciata e non sofferente abbastanza di un matrimonio sfasciato. 9. La retorica sulla coppia d’acciaio di anziani a braccetto nella puntata che va in onda il giorno di S. Valentino. 10. Fabrizio che cita Rimbaud dopo una riconciliazione con Dori Ghezzi. 11. Le evoluzioni del muso del piccolo Cristiano dopo la separazione da Puny. 12. Il piccolo Cristiano che aiuta il padre sul lavoro (anche lui è già in nuce quel che diventerà). 13. Il signor Ghezzi, operaio, che insegna a Giuseppe De André, professore, a trattare coi banditi. 14. l’alcol non abbastanza pervasivo e distruttivo… Qua mi fermo, la lista è lunga. L’insieme (didascalico, edificante), concorre, mi spiace per la bionda vedova del protagonista, a dotare De André di un piedistallo e di un occhio di bue acceso su di lui che non solo dubito avrebbe gradito, ma che probabilmente avrebbe fatto ridere sotto i baffi anche l’amico Paolo Villaggio, al quale la fiction è dedicata.

Peraltro attenzione nelle riprese della città dall’alto. In almeno due occasioni nella prima puntata sono scappate vedute su schiere di palazzoni che certamente durante l’adolescenza di De André non c’erano. E attenzione al reparto trucco: Luca Marinelli sembra non invecchiare mai.

SCHEDA TECNICA
Fabrizio De André – Principe Libero (Italia, 2018) – REGIA: Luca Facchini. SCENEGGIATURA: Francesca Serafini, Giordano Meacci. FOTOGRAFIA: Gogò Bianchi. MONTAGGIO: Clelio Benevento, Valentina Girodo. MUSICHE: Fabrizio De André – CAST: Luca Marinelli, Ennio Fantastichini, Valentina Bellé, Elena Radonicich. GENERE: Biografico. DURATA: 193’. Trasmesso da RAI 1 il 13 e 14 febbraio 2018

About Martina Biscarini

Martina Biscarini è traduttrice, saggista e videomaker. Nata a Empoli nel 1985, si laurea nel 2009 in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo con una tesi sull'autobiografia di Harpo Marx che in seguito verrà ampliata e tradotta integralmente. Tutto ciò confluirà nel volume, edito nel 2017 da Erga editore (Genova) "Harpo Speaks". Nel 2012 consegue il Master Degree in videomaking all'università di Kingston-upon-Thames (Surrey) specializzandosi in sceneggiatura. Nel 2016 consegue la Laurea in Lingue e Letterature Moderne e Classiche con una tesi sui temi dell'utopia e della distopia rapportati al videogioco. Collabora con la rivista "Tysm" ed è autrice del libro "Mannarino, Cercare i colori" (Arcana Editore) che uscirà nel marzo 2018.

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