Voto al film:

Let the music play

Sin dal suo primo lungometraggio Il tempo dei cavalli ubriachi (2000), Bahman Ghobadi non ha mai perso occasione di raccontare il suo Paese da un punto di vista inedito, con particolare attenzione verso le conseguenze del regime autoritario allora vigente in Iran.

Se già in Marooned in Iraq (2002) e Half Moon (2007) la musica si faceva mezzo artistico per fronteggiare l’autorità e raggiungere le proprie ambizioni e obiettivi, ne I gatti persiani la seconda arte si fa vera e propria espressione della libertà individuale a cui ognuno per natura aspira, nonché strumento di ribellione contro l’oppressione culturale nazionale.

Girando in diciassette giorni e senza autorizzazioni, Ghobadi realizza un film dinamico che tallona i due protagonisti Negar e Ashkan, aspiranti musicisti desiderosi di formare una band indie-rock e trasferirsi all’estero dove poter realizzare i propri sogni. Tra sessioni illegali e burocrazia clandestina per procurare documenti e visti per loro e gli altri componenti del gruppo, il film si fa inno di emancipazione di una generazione stanca e frustrata dai vincoli imposti, la cui resistenza si manifesta nel perseguire la propria passione artistica, suonando quella musica straniera assurdamente bandita – assieme ad altri prodotti culturali occidentali – dal Governo a favore invece di melodie e sonorità locali.

I gatti persiani è così uno sguardo sull’ambiente underground iraniano coevo, fatto di film americani contrabbandati (Nader che vende DVD pirata per sbarcare il lunario o il regista stesso, che più volte ha corrotto così guardie e funzionari perché non intralciassero le riprese) e di giovani artisti che spaziano dal rock al blues, dall’heavy-metal al rap cercando il modo a loro più congeniale per esprimere sé stessi e le proprie idee. Take It Easy Hospital, Rana Farhan, The Yellow Dogs Band, Mirza, The Free Keys o Hichkas si susseguono nel film tra videoclip ed esecuzioni dal vivo, in un ibrido stilistico tra narrazione e documentario. Sono loro alcuni tra gli esempi più efficaci di quell’humus fertile che il regime non è riuscita a remprimere, ennesima dimostrazione del linguaggio universale della musica – e dell’arte in generale – capace di superare barriere fisiche e mentali per portare il proprio messaggio a chiunque sia disposto ad ascoltare.

SCHEDA TECNICA
I gatti persiani (Kasi az gorbehaye irani khabar nadareh, Iran, 2009) – REGIA: Bahman Ghobadi. SCENEGGIATURA: Bahman Ghobadi, Hossein M. Abkenar, Roxana Saberi. FOTOGRAFIA: Touraj Aslani. MONTAGGIO: Hayedeh Safiyari. MUSICHE: AA.VV. CAST: Negar Shaghaghi, Ashkan Koshanejad, Hamed Behdad, Ashkan Koshanejad. GENERE: Drammatico DURATA: 106’

About Lapo Gresleri

Critico e storico cinematografico nato a Bologna nel 1985. Si laurea nel 2008 in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo con una Tesi in Caratteri del Cinema Nordamericano sul noir classico e nel 2010 consegue la Laurea Specialistica in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale con una Tesi in Cinema e Studi Culturali sull’opera di Spike Lee. Collaboratore esterno presso la Cineteca di Bologna dal 2009, è autore di saggi, articoli e recensioni a carattere cinematografico pubblicati su volumi e riviste tra cui Inchiesta, Archphoto 2.0, Cinergie, Mediacritica, Parole Rubate, Fermenti, Studi Pasoliniani, Cineforum Web, Cinefilia Ritrovata e Le Magazine Littéraire. Nel 2018 pubblica la monografia "Spike Lee. Orgoglio e pregiudizio nella società americana" (Bietti).

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