Voto al film:

Daydream, why do you haunt me so?

“Reynolds ha realizzato i miei sogni. E io gli ho dato in cambio ciò che desidera di più.”
“Che cosa?”
“Ogni singola parte di me.”

Dopo una personalissima incursione nell’universo pynchoniano con Vizio di forma (2014), la macchina da presa di Paul Thomas Anderson si addentra nel mondo della moda inglese degli anni ’50 per raccontare, con pacatezza ed eleganza, una manieristica storia d’amore e di fantasmi.

Guardando voyeuristicamente il candido androne del palazzo londinese del sarto protagonista e accarezzando con delicatezza vecchi fili di perle cucite a un abito da sposa, il regista racconta la reciproca ossessione di Reynolds Woodcock e Alma.

Daniel Day-Lewis, alla sua ultima performance – a quanto pare, si incarna completamente in un artista bisbetico, capace soltanto di vivere un’esistenza piena ma misurata, fino all’incontro con una donna che, come suggerisce il nome che porta, svende la sua anima e dona tutta sé stessa in cambio di un amore sincero, totale e completamente asservito.

Indipendente e materna, Alma non è infatti soltanto frutto di una pigmalionica cesellatura, ma un oggetto del desiderio imprescindibile in grado di far risvegliare amatissimi fantasmi nella mente del protagonista. Viene a crearsi così una morbosa dinamica di mutua dipendenza che riporta alla mente i turbamenti di alcuni personaggi hitchcockiani; basti pensare a La donna che visse due volte e Rebecca – La prima moglie.

Un parallelismo, quello con i fantasmi del cinema del maestro del brivido, che funziona anche prendendo in analisi le preferenze musicali di Paul Thomas Anderson il quale, dopo Vizio di forma, sceglie ancora di avvalersi della collaborazione di Jonny Greenwood che stavolta dà vita a una partitura orchestrale di ampio respiro, che ben si adatta alla morbidezza del film ricordando molto alcune caratteristiche stilistiche di Bernard Herrmann.

Intensi e avvolgenti, gli archi della colonna sonora di Greenwood, non sono tuttavia l’unico elemento tipico della soundtrack del film che, esattamente come gli abiti di Woodcock, nasconde un segreto tra fodera e tessuto. Un filo fantasma. Una fibra che si dipana dai pezzi del leitmotiv per creare una trama composta esclusivamente da composizioni di musica classica, come quelle di Berlioz o Debussy, e un ordito in cui si riconoscono i colori degli standard jazz, Day Dream di Duke Ellington e Billy Strayhorn, My Ship e My Foolish Heart di Oscar Peterson. Non a caso tre pezzi che raccontano l’amore, l’ossessione e il desiderio.

Il risultato è un fluire sonoro dalla continuità sorprendente, capace di aderire perfettamente alle suggestioni visive dello schermo, raccontando i minuziosi dettagli e le ossessioni del legame tra i due protagonisti in un anelito alla perfezione tipico del mezzo cinematografico stesso.

SCHEDA TECNICA
Il filo nascosto (Phantom Thread USA, 2017) – REGIA: Paul Thomas Anderson. SCENEGGIATURA: Paul Thomas Anderson. FOTOGRAFIA: Paul Thomas Anderson. Montaggio: Dylan Tichenor. MUSICA: Jonny Greenwood. CAST: Daniel Day-Lewis, Lesley Manville, Vicky Krieps. GENERE: Drammatico. Durata: 130′

About Federica Marcucci

E' nata ad Assisi nel 1990. Si laurea nel 2013 in Lettere Moderne presso l'Università degli studi di Perugia con una tesi sull'enigmatico romanzo "Parigi" di Lorenzo Viani. Nel 2016 consegue la laurea specialistica in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale con una tesi in Cinema e Studi Culturali sul rapporto tra Woody Allen e la musica. Attualmente è redattrice di cinema per GingerGeneration.it e collabora con Spotzer in veste di copywriter freelance.

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