Voto al film:

You gotta have talent and skill and vision. And luck.

Quarant’anni di carriera dei Four Seasons tra pubblico e privato: dalle prime esibizioni nei club (Belleville, New Jersey, 1951) fino alla “reunion” del 1990 al Rock And Roll Hall of Fame, in un film che è anche esplorazione dei retroscena del mondo della musica.

Clint Eastwood mette subito le carte in tavola: Jersey Boys è narrazione, puro piacere dell’affabulazione e i suoi 134 minuti di durata lo confermano. Fin dalla prima sequenza i protagonisti, sguardo in macchina, si rivolgono allo spettatore, rompendo immediatamente quella quarta parete che serve a dare al mondo narrato nel film un suo spazio autonomo e alla narrazione una sua credibilità. Nella prima scena Tommy DeVito (Vincent Piazza) afferma, chiamandoci direttamente in causa, che se vogliamo conoscere “the real story”, dobbiamo fidarci di lui. Peccato che il film stesso dimostri dopo pochi minuti che il suo racconto è la prima vittima del punto di vista adottato: la sua vantata “special relationship” con il boss Gyp DeCarlo (Christopher Walken) si riduce in effetti a un rapporto di sudditanza. Nel corso del film altri brevi monologhi renderanno protagonisti dell’interazione con lo spettatore tutti i componenti dei Four Seasons, permettendo ad ognuno di loro di esprimere a latere, direttamente a noi, ciò che una narrazione canonica, imbrigliata nel flusso del discorso biografico/oggettivo, avrebbe rischiato di lasciare sottotraccia. Si potrebbe avere la tentazione di considerare questa modalità narrativa un escamotage del regista statunitense per scegliere la strada facile del racconto orale quando si rivela difficile quello visivo: essa è in realtà da interpretare come una strategia comunicativa che rispecchia da un lato il dissidio interiore dei personaggi (ciascuno di loro ha un conflitto interno o esterno al gruppo), dall’altro la necessità delle star di mantenere una maschera che copre la realtà delle cose. Nella sequenza finale, ognuno prenderà la parola per salutare il pubblico (del film) e offrire qualche motivazione alle proprie azioni, in una scena che risulta ammantata da un alone di “operazione nostalgia”, con il presente e il passato che si alternano sui volti dei protagonisti attraverso il cambio del trucco. Cinematograficamente è però più efficace il monologo di Nick Massi (Michael Lomenda) mentre balla, perfettamente coordinato con gli altri musicisti, sulle note di Workin’ My Way Back to You.

Del suo film, Eastwood decide dunque di rendere esplicita la natura di finzione narrativa e lo fa anche attraverso la rottura di qualche regola della grammatica cinematografica. Ad esempio, nel litigio in camerino tra Tommy e Frankie (John Lloyd Young) il montaggio adotta più volte uno scavalcamento di campo per anticiparci che in futuro i due musicisti si scambieranno di ruolo e sarà Frankie (la cui prima apparizione nel film lo vede canticchiare mentre fa le pulizie nel negozio del barbiere) a condurre il gruppo in qualità di “lead singer” (e infatti i Four Seasons – dapprima chiamati “Four Lovers” – saranno noti anche come “Frankie Vanni and the Four Seasons”).

Il genere dei Four Seasons non è facilmente etichettabile: a cavallo tra il pop e il rock leggero (“too hard for pop, too soft for rock” ne dice il produttore nel film), con influenze doo-wop e R&B (all’inizio della loro carriera il pubblico e i discografici credevano si trattasse di musicisti afroamericani), è però riuscito a conquistare un suo pubblico grazie soprattutto alle abilità vocali di Frankie Vanni, il cui falsetto rendeva inconfondibile quella voce che DeCarlo nel film definisce “gift from God” (“dono di Dio”).

Jersey Boys è costellato da molti momenti musicali: primeggiano le esibizioni del quartetto che ripropongono le loro hit principali (Sherry, Big Girls Don’t Cry, Rag Doll) in vari contesti quali trasmissioni televisive, concerti nei locali e fiere, ma a coinvolgere sono soprattutto i momenti musicali meno istituzionali, quelli che esplorano la ricerca di un sound originale: la prima esecuzione di Cry For Me, il brano di Bob Gaudio che conquista Frankie e lo convince ad ingaggiare il tastierista (bellissimo momento creativo), o la telefonata con la lettura a prima vista di Sherry che persuade il discografico Bob Crewe (Mike Doyle) a produrre un loro disco. Da notare è anche la sequenza dei titoli di coda sulle note di December 1963 (Oh, What a Night), che riunisce tutti i personaggi in una coreografia stile musical, creata forse per omaggiare Jersey Boys: The Story Of Frankie Valli & The Four Seasons, la pièce musicale di Rick Elice diretta da Des McAnuff, da cui il film è tratto e del cui cast ha mantenuto John Lloyd Young nel ruolo di Frankie Valli.

SCHEDA TECNICA
Jersey Boys (Id.; Usa, 2014) – REGIA: Clint Eastwood. SCENEGGIATURA: Marshall Brickman, Rick Elice. FOTOGRAFIA:  Tom Stern. MONTAGGIO:  Joel Cox, Gary D. Roach. MUSICA: Bob Gaudio. CAST: John Lloyd Young, Erich Bergen, Michael Lomenda, Vincent Piazza, Cristopher Walken. GENERE: Biografico/musicale. DURATA: 134′.

About Alessandro Guatti

Laureato in Storia e critica del cinema presso il DAMS di Bologna e specializzatosi in Cinema, Televisione e Produzione multimediale con una Tesi di Studi Culturali sull’identità e la memoria nel cinema israeliano contemporaneo (110 con lode), delinea la sua attività professionale come critico cinematografico per Melegnano webtv, Cinemacritico, Farefilm, Interference e come videomaker orientato verso produzioni legate all'ambito musicale e teatrale, con documentari e videoclip.

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