Voto al film:

In onda il 12 febbraio 2019 su Rai1, ore 21.25

La donna che soffre

Prima o poi una fiction su Mia Martini sarebbe uscita, lo sospettavamo da anni. La vita di Domenica Bertè, questo il suo nome anagrafico, ben si presta a punte drammatiche che si adagiano su topos ben conosciuti: il rapporto conflittuale con il padre, una sorella adorata e ribelle, un amore devastante, una superstizione come peggior nemico e canzoni che hanno strappato il cuore a generazioni. Era già tutto scritto, tutto nella Leggenda. Il fatto che la vita di Mimì sia in effetti somigliata a un melodramma ha fatto evitare tante grane in fase di sceneggiatura: la diegesi non ha faticato tanto come in De André – Principe Libero ad adattarsi al linguaggio emozional-sentimentale del mezzo televisivo. E Serena Rossi, spesso incanalata nei ruoli da donna forte e fragile, rappresenta una netta scelta di campo, una connotazione del personaggio a partire dal cast (stessa cosa vale per Dajana Roncione, compagna di una pietra miliare del rock, nella parte di Loredana Bertè).

Le semplificazioni di sceneggiatura chiaramente ci sono, ma per motivi diversi dalla storia di De André. Se per il cantautore si è preferito guardare agli amori scialacquando idee politiche, lati beffardi e lati sgradevoli, il grosso problema di Mia sono stati gli amici e i compagni famosi. Renato Zero non ha voluto comparire e, dato il suo rapporto burrascoso con Loredana Bertè, non si è insistito nel chiedere la motivazione. Un amico che gli somiglia c’è – ne viene colto il lato-Bowie – ma fondamentalmente rimane in secondo piano. Andrea invece è un nome piuttosto comune, uno pseudonimo anonimo dietro al quale si nasconde Ivano Fossati. Maurizio Lastrico (genovese) ha cercato di dare un’idea (visiva) del personaggio che alluda ma non dica. Andrea non fa neanche il musicista, è fotografo. Scelta comprensibile: il problema-Fossati (dubito che il cantautore voglia rievocare una storia che anche a lui ha lasciato strascichi dolorosi) altrimenti sarebbe stato irrisolvibile.

Tuttavia l’aver cambiato la professione di lui è stata un’occasione persa d’introspezione maggiore. Sì perché non è un caso che il grande amore di Mia sia stato un uomo ossessionato dalla musica quanto lei dato che la musica era l’Amore di Mia Martini, ciò che nella fase finale della vita peraltro (che la fiction non tocca) le stava donando gioia. Di questo amore viscerale non se ne vede che una pallida ombra: una rappresentazione convenzionale affinché la gente, che di vocazione artistica sa ben poco, si faccia una vaga idea confusa con ambizione, esibizionismo da palco, riscatto femminile, tutt’al più professionalità minuziosa e basta. Anche la questione della sfortuna sembra quasi una brutta storia per ragioni meramente identitarie, cioè per il fango gettato sulla sua persona. Quando invece la vera tragedia per Mimì è stata il non poter cantare, l’essere stata colpita in quella cosa che era la sua vita. Il sacrificare la propria vocazione tentando perfino di lavorare in ufficio assieme alla sorella Leda.

“La gente vuole vedere le donne che soffrono”, dice nella fiction Franco Califano, che rappresenta un po’ tutti gli autori che hanno scritto pezzi forti e, diciamo, non edificanti per Mia – il direttore dell’attuale Sanremo per primo, con la sua terribile Le lacrime di Marzo. Questa frase, messa anche nel trailer, è quasi una confessione: rivedere Mia Martini sullo schermo come fiction di punta, trasmessa proprio dopo quel Sanremo che a lei ogni anno dedica un premio prestigioso, è voler rivedere la sua sofferenza in versione televisiva quando ormai non c’è più niente da fare. Serena Rossi ha detto: “Se oggi siamo qui a rimpiangerla, a chiederle scusa, allora chi ha vinto è lei” e penso sia proprio questo il punto: ci sono dei personaggi nei confronti dei quali il pubblico – e lo star system – prova sensi di colpa. E a quel punto quella sofferenza che si ri-mette in scena è quasi un voler controllare un trauma, e con esso la propria parte di responsabilità. Non è questa la ragione per cui un personaggio altrettanto drammatico e sfortunato (Dalida) ha alle spalle ben due fiction che raccontano la stessa storia a distanza di una decina d’anni?

Serena Rossi è stata aiutata da ben due personal trainer nella trasformazione e il lavoro attoriale è stato ben fatto – è lei che canta e il non voler imitare lo stile di Mia (senza ricadere però nel terribile effetto-Elisa Toffoli in Almeno tu nell’universo) le fa onore. Tutto sommato questo lavoro convince, come può convincere il libretto di Tosca di Puccini: la vita tragica di una donna forte. Ecco, ho visto il Vissi d’amore, ho visto meno il Vissi d’arte.

SCHEDA TECNICA
Mia Martini – Io sono Mia (Italia, 2019) – REGIA: Riccardo Donna. SCENEGGIATURA: Monica Rametta. MOMTAGGIO: Alessio Doglione. MUSICHE: Mattia Donna. CAST: Serena Rossi, Antonio Gerardi, Maurizio Lastrico, Dajana Roncione, Edoardo Pesce, Nina Torresi. GENERE: Drammatico. DURATA: 130′

About Martina Biscarini

Martina Biscarini è traduttrice, saggista e videomaker. Nata a Empoli nel 1985, si laurea nel 2009 in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo con una tesi sull'autobiografia di Harpo Marx che in seguito verrà ampliata e tradotta integralmente. Tutto ciò confluirà nel volume, edito nel 2017 da Erga editore (Genova) "Harpo Speaks". Nel 2012 consegue il Master Degree in videomaking all'università di Kingston-upon-Thames (Surrey) specializzandosi in sceneggiatura. Nel 2016 consegue la Laurea in Lingue e Letterature Moderne e Classiche con una tesi sui temi dell'utopia e della distopia rapportati al videogioco. Collabora con la rivista "Tysm" ed è autrice del libro "Mannarino, Cercare i colori" (Arcana Editore) che uscirà nel marzo 2018.

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