Voto al film:

L’instancabile Quincy

Ogni periodo storico crea dei meravigliosi sopravvissuti. Olivia de Havilland, Gino Paoli e Gianfranco Reverberi, Harpo Marx, Franca Valeri… tutta gente che ha vissuto attraverso epoche, attraverso ondate creative. Tutta gente che queste ondate le ha cavalcate. Ecco, Quincy Jones, classe 1933, è un meraviglioso sopravvissuto che pure oggi, alla veneranda età di ottantasei anni, non perde il filo del presente – o del futuro.

Il documentario (prodotto da Netflix) inizia con il personaggio principale, Quincy Jones (polistrumentista, compositore, imprenditore, produttore) che, attorno al suo ottantesimo compleanno, beve e festeggia come un ventenne – tanto che Lionel Richie avverte gli altri attorno di non tentare di tenere i suoi ritmi mortali. Poi, il corpo lo ferma con un coma procurato dal diabete a inizio 2015 e con un altro ricovero pochi mesi dopo causato dall’aver viaggiato troppo. Nonostante ciò, Quincy riesce a organizzare l’apertura, nel settembre 2016, del Museo Nazionale di Storia Afroamericana di Washington. Non solo, riesce a presenziare all’evento storico.

Man mano che, parallelamente, Quincy ci racconta la sua storia, capiamo però senza neanche troppo sforzo che il museo è lui stesso. Che la storia, la storia di una nazione dagli anni ’30 agli anni ’10 del duemila, è lui. Tutti quei nomi che per noi sono leggenda, che si leggono sui vetri del museo di cui Quincy cura l’inaugurazione (Michael Jackson, Prince, Miles Davis, Count Basie, Dizzy Gillespie, Sarah Vaughan, Loius Armstrong, Ella Fitzgerald, Dinah Washington e il suo amico fraterno Ray Charles) sono stati suoi amici e collaboratori. Ha scoperto Oprah Winfrey, che a noi dice poco (a parte il suo ruolo nel Colore Viola) ma che negli Stati Uniti è la regina del talk show. Ha prodotto il Principe di Belle Air (sì, il brano-tormentone della sigla è suo). Tra gli altri film ha musicato, primo autore afroamericano a Hollywood: Chiamata per il morto, la versione cinematografica di In Cold Blood del ’67, The Italian Job, Omicidio al neon per l’ispettore Tibbs, Getaway! E ovviamente The Wiz e The Colour Purple. È stato l’uomo dietro Frank Sinatra e dietro successi come Off The Wall e Thriller di Michael Jackson. Fly me to the moon, arrangiata da lui per Frank Sinatra, è stata veramente portata sulla luna dagli astronauti dell’Apollo 10. Ha amato tante donne, ma perfino un uomo gli ha scritto una canzone d’amore: Ray Charles, il fratello mancato.

Lo stesso DNA di Quincy Jones è pieno di storia, tanto che se l’è fatto analizzare nel 2006. È risultato imparentato con la sorella di George Washington, Betty. Il poeta Sydney Lanier era il padre di sua nonna, all’epoca schiava e questo lo rende imparentato anche con Tennessee Williams. Ha vissuto la fame nella Chicago degli anni ’30 (con un padre workaholic come lui e una madre schizofrenica sulla quale ha imparato presto a non poter contare) e le grandi feste sfarzose degli anni Ottanta. Ha iniziato con il bebop ma si è dimostrato attento all’hip hop – rimarcando spesso come nel DNA dell’hip hop c’è il bebop e come questi due linguaggi siano fortemente legati.

Si è ammazzato di lavoro fino a farsi scoppiare due vene nel cervello a metà anni Settanta, ma ha saputo quando fermarsi – e questo lo ha portato a sopravvivere a tanti altri.

A inizio film, Quincy ci dice che ai suoi tempi sui libri di scuola non c’erano neri, dunque un adolescente non sapeva con chi identificarsi, cosa desiderare di diventare. Lui ad esempio, fino agli undici anni, desiderava essere un gangster perché i gangster erano tutto ciò che vedeva attorno a sé. Adesso è lui stesso che sta nei libri di storia, stimato da Clinton, da Giovanni Paolo II, da Mandela e che può permettersi di chiamare Colin Powell “baby” per telefono. Lo stesso Obama, a fine film, rimarca come Quincy Jones abbia aperto per primo tante porte in precedenza precluse agli afroamericani.

Il documentario si conclude nel 2015, Peggy Lipton, l’amore della sua vita, era ancora viva e Trump non era ancora presidente. In questi tempi bui, dove le percentuali di violenze di tipo razziale aumentano, l’esempio positivo dell’instancabile Q rimarrà come storia di vita e come monito.

Il mondo può essere diverso, se si impersona il cambiamento positivo.

SCHEDA TECNICA
Quincy (US 2018). REGIA: Rashida Jones, Alan Hicks. SCENEGGIATURA: Alan Hicks, Rashida Jones. MONTAGGIO: Andrew McAllister, Will Znidaric. MUSICA: Quincy Jones, Michael Jackson, Frank sinatra, Ray Charles, Count Basie. GENERE: Biografico. DURATA: 124′.

About Martina Biscarini

Martina Biscarini è traduttrice, saggista e videomaker. Nata a Empoli nel 1985, si laurea nel 2009 in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo con una tesi sull'autobiografia di Harpo Marx che in seguito verrà ampliata e tradotta integralmente. Tutto ciò confluirà nel volume, edito nel 2017 da Erga editore (Genova) "Harpo Speaks". Nel 2012 consegue il Master Degree in videomaking all'università di Kingston-upon-Thames (Surrey) specializzandosi in sceneggiatura. Nel 2016 consegue la Laurea in Lingue e Letterature Moderne e Classiche con una tesi sui temi dell'utopia e della distopia rapportati al videogioco. Collabora con la rivista "Tysm" ed è autrice del libro "Mannarino, Cercare i colori" (Arcana Editore) che uscirà nel marzo 2018.

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