Voto al film:

L’io e il molteplice infinito

“L’Uomo è condannato a essere libero: condannato perché non si è creato da se stesso, e pur tuttavia libero, perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa”.Libertà e responsabilità sono i concetti intorno ai quali ruota la riflessione di Jean-Paul Sartre in L’esistenzialismo è un umanismo e che, inevitabilmente, seppure con esiti diversi rispetto agli inizi, finiranno col divorare il corso di tutta la sua vita. Nel cinema di Terrence Malick tutta l’estetica e i virtuosismi apparenti volgono all’esplorazione dei medesimi concetti, dalle peregrinazioni di Padre Quintana in To the Wonder, dalla sua ricerca empirica di quel principio trascendente che chiarifichi e unisca le relazioni potenzialmente infinite tra le cose nel mondo – a cui viene dato il nome di “Cristo” – ai famelici divertissement dei protagonisti principali di Knight of Cups e Song to Song. Questo suo ultimo lavoro – sullo sfondo del prolifico ambiente musicale texano contemporaneo – procede ancora infrangendo l’idolo della linearità, narrativa e concettuale e lo spettatore segue il continuo fluire dell’esperienza di ognuno dei personaggi in un andirivieni spaziotemporale impossibile da cristallizzare in singoli blocchi o unità.

L’overture si definisce intorno alla figura della cantautrice Faye, prolungandosi poi verso un’altra figura femminile, quella di Rhonda meno dirompente ma dalla psiche ugualmente sottile e molto più debole; s’incrociano soltanto nei tumultuosi appetiti della carne, in un divincolarsi di corpi assoggettati alla volontà di un unico, il produttore Cook interpretato dallo stesso Michael Fassbender di Shame.

L’esistenza di entrambi sembra oscillare tra il più languido abbandono dei sensi e una recondita tensione verso la purezza, quella rifulgente trasparenza che Rick (il Christian Bale di Knight of Cups) vedeva nell’oceano e che Cook scorge in Rhonda, le cui residue dolcezze d’intimità arriverà, inconsapevolmente, ad annientare. Come dei corpuscoli di polvere che si dissolvono nell’opacità della luce diurna che penetra un ambiente, gli uomini sono inevitabilmente legati a questa indistinzione generale dalla cui mortificazione, tuttavia, vogliono fuggire; bisogna possedere qualcosa di unico e speciale per potersi distinguere nel caos, vale a dire un nome, uno scopo o, per meglio dire, una “maschera”. Faye, dimidiata tra necessità carnali e spirituali, vuole essere, non sembrare o apparire ciò che in realtà non è, vorrebbe privarsi di questa forma che svilisce a annienta il suo essere nel mondo, ma il peso del proprio essere “gettati” nel mondo, l’angoscia dovuta alle infinite condizioni di possibilità dell’uomo finisce irrimediabilmente per prevalere sull’essenza, e tra soggetto e oggetto si innalza uno steccato.

Per lei non c’è alcun fischio del treno, nessuna epifania che le mostri un’altra realtà rispetto alla forma, ricordandole, per citare Bergman, la vanità del disperato sogno dell’essere. Lo stesso sogno che tormenta, infatti, la protagonista di Persona, per cui il mutismo diviene l’unica soluzione per non afferrare la vita, riparando esclusivamente in se stessi. In Song to Song c’è la medesima riflessione esistenziale sul rapporto tra l’io e l’altro e di come l’uno, approcciandosi all’altro, può tutelarlo o distruggerlo, crearvi un’unità o assorbirlo egoisticamente nella propria identità, come agirà Cook nei confronti di Rhonda. E da questo sforzo di attenzione non può che nascere anche un certo panteismo, un’identificazione dell’io con quanto è oggetto di osservazione; negli scenari naturali sembra quasi che i protagonisti perdano coscienza del proprio essere, come se il loro sistema nervoso si prolungasse nelle fibre e nella linfa di quell’albero della vita costantemente evocato da Malick.

SCHEDA TECNICA
Song to Song (Id., USA, 2016) – REGIA: Terrence Malick. SCENEGGIATURA: Terrence Malick. FOTOGRAFIA: Emmanuel Lubetzki. MONTAGGIO: A.J. Edwards, Keith Fraase,Rehman Nizar Ali, Berdan,Hank Corwin. CAST: Rooney Mara, Michael Fassbender, Ryan Gosling, Natalie Portman, Cate Blanchett. GENERE: Drammatico. DURATA: 129’

 

About Elvira Del Guercio

Classe 1998. Fresca di maturità classica, intraprende il corso di Lettere Moderne presso l'Università di Bologna. Assidua frequentatrice di cinema e festival vari, collabora con Cinefilia Ritrovata e sogna di concludere il suo percorso triennale con una tesi sul corpo/pulsione/potere nel cinema o sull'incomunicabilità tra Antonioni, Jean-Paul Sartre e Godard.

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