Soul

La preziosa analisi firmata da Lorenzo Meloni sull'ultimo film Pixar Soul di Pete Docter e Kemp Powers

Voto al film:

(Not) All That Jazz..

In un delirante articolo per Gizmodo.com Charles Pulliam-Moore taccia l’ultima fatica Pixar Soul di prendere alla leggera, se non proprio con ipocrisia, la sua considerevole agenda politica. Su carta film spartiacque per lo studio – il primo ad avere un protagonista nero e a concentrarsi estensivamente su aspetti di cultura afroamericana, in questo caso il jazz – Soul svilirebbe la propria missione civile con un body swap che comporta di fatto l’espropriazione dello spazio vitale e simbolico, aspirazioni e traiettoria biografica di Joe (Jamie Foxx) da parte di 22, Non-essere fermo allo stato di coscienza ectoplasmica ma anche donna bianca, come si evince (?!) dal fatto che è doppiata da Tina Fey.

Lasciati volentieri dove stanno certi estremismi della critica militante americana, c’è però fra le argomentazioni un suggerimento prezioso per provare a capire come mai la ricezione di questo ottimo film sia stata meno entusiastica di quanto fosse lecito aspettarsi da un originale (non-sequel) Pixar; l’idea, cioè, che il progetto abbia virato solo in un secondo momento verso l’omaggio alla musica black, con l’ingresso in squadra di Kemp Powers (i cui magnifici doni di scrittura stiamo ammirando in azione in One Night in Miami) a rimpolpare con competenza e pedigree il trattamento di questi aspetti del film, concepito in origine come la storia non di un pianista jazz ma di un animatore cinematografico.

La scelta di sostituire monitor e schede grafiche con vecchi piano a coda e localini del Village illuminati da luci soffuse, se politicamente non fa che confermare l’eterno pragmatismo hollywoodiano e – perché no – alimentare speranze per un trend di rappresentazione sempre più positivo nel panorama della grande animazione mainstream, ha anche l’affascinante conseguenza di spaccare in due il film nel momento in cui questo dispiega la propria struttura narrativa, in continuo andirivieni fra il variopinto caos newyorkese e un’aldilà caratterizzato al contrario da un design iperstilizzato che strizza l’occhio all’astrattezza della Linea di Osvaldo Cavandoli, vecchia passione di casa Pixar.

In sé il contrasto non costituisce una debolezza, anzi rende bene la dialettica fra la vita vera temuta dalla diffidente 22 e quell’ipotesi preventiva di una vita, inorganica e iperurania, che è The Great Before. Ma il problema nella ricezione di Soul è meno legato a stile o contenuto in quanto tali che non in relazione al carico di aspettative ineludibile per un prodotto della più riverita casa d’animazione occidentale. È in questa prospettiva intertestuale, nell’ingiusto ma inevitabile confronto con i classici dello studio e con certe sue prerogative poetiche/di brand che la natura marcatamente duplice di Soul può rappresentare un handicap, venendo meno a quello che ci sembra uno dei cardini della formula Pixar: la messa a fuoco dello scenario.

Dovessimo individuare un filo rosso che attraversa la miglior produzione Pixar questo sarebbe la capacità di individuare, concretizzare e dettagliare il proprio universo narrativo fino a un insuperabile stato dell’arte, con assorbimento e passione così totalizzanti da aver spesso prodotto dei canoni, film che sono “il non plus ultra di..”. Ratatouille non è “un” film culinario ma un’ode in movimento all’arte del cucinare probabilmente senza eguali, Gli Incredibili una pietra miliare del cinema supereroistico che si siede al tavolo coi Burton, Raimi e Nolan più ispirati, A Bug’s Life un’epopea del lavoro sinergico degna del modello I sette samurai, Alla ricerca di Nemo e Up due dei più grandi road-movie esistenziali, e così via.

Anche quando i mondi fra cui ci si muove sono due (Monsters & Co, Wall-e, più recentemente Inside Out e Coco) a lasciare a bocca aperta è un senso di continuità organica, la sostanziale reductio ad unum di dimensioni distinte ma comunicanti – gli incubi infantili e l’economia di Mostropoli, i caratteri dentro e quelli fuori dalla testa di Riley, due coloratissimi aldiqua e aldilà legati da una stessa tradizione religiosa e familiare. Poteva essere anche il caso di Soul se Joe, nella sua prima iterazione, si fosse ritrovato in un oltremondo tutto design e linee in movimento, vicino alla sua stessa sensibilità di animatore digitale; invece ci ritroviamo con Joe il pianista jazz, e l’impressione (visiva, atmosferica, subliminale) è che stavolta i due scenari non si armonizzino mai fino in fondo.

Pur con tutto il loro fascino, sia l’aldilà high-tech che la New York jazz di Soul rischiano così di risultare sacrificati agli occhi di spettatori abituati dalla Pixar a perdersi in piccoli mondi per cui sembra passare l’intero universo (“Mega-Mini-Mondo”). Questo riguarda in particolare il jazz e la cultura afroamericana, preponderanti nel marketing e nei credits del film ma rivelatisi poco più che pretesti per una storia di ambizioni e dilemmi che poteva avere (e infatti aveva) anche tutt’altra cornice. Più che legittimo in astratto, ma inaccettabile – cercando di interpretare il sentimento diffuso – per la Pixar, dalla cui sortita nella musica nera si sarebbe preteso l’equivalente animato di un Bird o Mo’ Better Blues, un inno, un trattato definitivo.

Per quanto riuscito invece, Soul non riesce a trasmettere il senso di passione totalizzante di cui parlavamo, rifiutando di concentrare lo sguardo su un solo indimenticabile “scatolone dei giocattoli”. Non a caso, forse per la prima volta, si rinfaccia alla Pixar di riciclare temi su cui in realtà torna da anni (la morte), idee grafiche (da Inside Out) e di aver perso la trasversalità che le permetteva di parlare indifferentemente ad adulti e bambini. Al fondo è tutta questione dell’impegno percepito dallo spettatore, di commitment, per citare un film in cui la musica non sbiadiva mai sullo sfondo come mero espediente narrativo. Cambiando scenario e ibridando la propria identità visiva il film di Docter e Powers ha giocato col fuoco, rompendo una regola non scritta che ora rischia di far passare la sua affascinante doppia anima per assenza di un’anima.

SCHEDA TECNICA
Soul (Id., USA, 2020) – REGIA: Pete Docter, Kemp Powers. SCENEGGIATURA: Kemp Powers. FOTOGRAFIA: Matt Aspbury, Ian Megibben. MONTAGGIO: Kevin Nolting. MUSICHE: Trent Reznor, Atticus Ross. CAST: Jamie Foxx. Tina Fey, Questlove, Phylicia Rashad. GENERE: Animazione. DURATA: 101’. Disponibile su Disney+ dal 25 dicembre 2020

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