Voto al film:

L’esercizio della verità

1971, Governo Nixon. L’ex militare ed economista Daniel Ellsberg consegna al New York Times e in seguito al The Washington Post uno studio top secret sul coinvolgimento degli Stati Uniti nella Guerra del Vietnam.

Prima di Wikileaks, ci furono i Pentagon Papers, prima di Julian Assange, Edward J. Snowden, l’attivismo incondizionato di Katharine Graham e dei suoi collaboratori.

The Post è il racconto di Davide che sconfigge Golia, del coraggio di pochi contro la mefistofelica “Ragion di Stato”e di una totale resa della verità in rapporto alle vite dei singoli, ciò che per Foucault coinciderebbe con un vero e proprio atto parresiastico: dall’etimologia greca, la parresia è la libertà di dire tutto, esporre senza censure o filtri la realtà dei fatti anche a costo della vita. E quando il filosofo accusa il sovrano dell’incompatibilità del suo potere con la giustizia sociale e universale abbiamo storie come quella rievocata da Spielberg, un cinema, specialmente nei giorni dell’America di Trump e dell’informazione imbavagliata dal timore dell’esclusione, essenziale per smuovere le coscienze.

Montaggio serrato, ritmi frenetici ed eloquenti movimenti di macchina ci restituiscono tutta la complessità della vicenda, sostenuta da una suspense di piena aderenza e timbro hitchcockiani. Il risultato viene poi definito da una scrittura registica e musicale ugualmente rigorose, merito dell’ennesimo sodalizio tra Spielberg e John Williams, il cui marchio risulta evidente già dalle iniziali battute del film. Il compositore statunitense si muove tra gli inconfondibili memorabilia della sua carreria e una cupezza degna delle atmosfere dei thriller più taglienti, una composizione, dunque, lenta e rilassata (come la quieta malinconia del pianoforte di Mother and Daughter) con improvvise esplosioni di energia, pervadente e nel contempo delicata anche nei momenti di maggiore concitazione.

C’è un momento in The Post in cui tutta la convulsione e il dinamismo di una sequenza particolarmente intensa si arrestano sulla costruzione di un’inquadratura perfetta, quella in cui vediamo Kay Graham/Meryl Streep nell’atto di intraprendere la decisione più importante della sua vita, circondata da un fitto manipolo di giornalisti e consiglieri: Steven Spielberg sospende la narrazione su quei volti sommessi ed esitanti e per un millesimo di secondo ci sembra di esser divenuti parte integrante di una totalità composita, anche noi come i personaggi divisi tra la paura e il dovere.

“Spielberg ha messo dieci persone in un soggiorno e tutti si muovevano sembrando così naturali e la macchina da presa danzava attorno a loro e questo è un miracolo da palcoscenico e un grandioso lavoro nell’utilizzo stesso della macchina da presa.” Le parole di Paul Thomas Anderson sintetizzano la forza di una tale messa in scena, con attori in stato di grazia e un colpo d’occhio sul reale straordinariamente totalizzante. Come è stato sempre, d’altra parte, fin da quel primo incontro ravvicinato.

SCHEDA TECNICA
The Post (USA, 2017) – REGIA: Steven Spielberg. SCENEGGIATURA: Liz Hannah, Josh Singer. FOTOGRAFIA: Janusz Kaminski. Montaggio: Michael Kahn, Sarah Broshar. MUSICA: John Williams. CAST: Meryl Streep, Tom Hanks, Sarah Paulson, Bob Odenkirk. GENERE: Drammatico. Durata: 115′
L’articolo è pubblicato anche su Cinefilia Ritrovata
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About Elvira Del Guercio

Classe 1998. Fresca di maturità classica, intraprende il corso di Lettere Moderne presso l'Università di Bologna. Assidua frequentatrice di cinema e festival vari, collabora con Cinefilia Ritrovata e sogna di concludere il suo percorso triennale con una tesi sul corpo/pulsione/potere nel cinema o sull'incomunicabilità tra Antonioni, Jean-Paul Sartre e Godard.

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