Voto al film:

Era l’alba dei mitici anni Novanta.

Nella periferia povera di Manchester, due fratelli di origine irlandese decidono di mettere su una band volando basso: vogliono che sia la migliore del mondo. Il maggiore è un chitarrista mediocre e ne è consapevole, ma ha tanto bisogno di esprimere le sue frustrazioni attraverso musica e parole e, quanto a sound, sa cosa vuole. Tecnicamente, è anche il migliore dei due come vocalist, ma non spicca rispetto al minore – che è indisponente, ma ha carisma.

Così nascono gli Oasis.

E passano attraverso droghe, eccessi, stanze distrutte, la fuoriuscita del loro amico Bonehead dal gruppo che si porta via il wall of sound tipico della sua chitarra. Liam auto-medica le proprie ferite attraverso varie sostanze e diviene sempre più insopportabile. Noel resta zitto nelle retrovie e incassa. Ogni tanto però la droga fa scattare anche lui, fino al 2009 a Parigi quando decide di interrompere un tour sciogliendo la band perché non riesce più a tollerare il fratello.

I due non si parlano per quindici lunghi anni.

Nel frattempo però la band ha innervato l’immaginario collettivo mondiale. Quando nella loro città nel 2017 avviene una strage durante il concerto di Ariana Grande, il giorno della commemorazione i cittadini cantano con le lacrime agli occhi Don’t Look Back in Anger. I due fratelli tuttavia ricordano con rancore: la loro faida verrà immortalata, ad esempio, nel personaggio di Charlie in Lost – la rockstar che ha un rapporto conflittuale con il fratello Liam, cantante nella sua band.

Quindi, la domanda del documentario fin dal principio è: riusciranno i nostri eroi Noel e Liam a sopportarsi su un palco per un intero tour?

La band è sempre stata i due fratelli e figurine sfumate in sottofondo. Bonehead è l’altro membro famoso, il prosciutto fra il “sandwich Gallagher” per dirla con Noel. Per un certo periodo, l’altro membro che ha spiccato, per pedigree, è stato il batterista Zak Starkey (è il figlio di Ringo). Quindici anni dopo, i fratelli sono cambiati. Il silenzioso e sarcastico Noel è diventato un signorotto ricco con una parola acida e divertente per chiunque. Sul palco, è sempre quello che tiene il controllo del sound. Liam invece ha avuto un’evoluzione simile a quella di Massimo Ceccherini, trovando una ragione di vita nell’amore per gli animali.

E i due fratelli sul palco vanno da Dio. Bene per i Gallagher. Meno per il film che già a venti minuti dall’inizio perde il conflitto dato dalla premessa narrativa spostandosi verso un’altra domanda: come mai quindici anni dopo l’ultimo tour, gli Oasis sembrano più vivi che mai?

Il documentario si sofferma molto sui fan che hanno atteso questo momento per tanto tempo. Fan di tutto il mondo. E, sì, sicuramente il successo della reunion è dovuto alla sempiterna nostalgia della generazione a cavallo fra Xennial e Millennial – è la nostra malattia peggiore. Tuttavia le canzoni – perfino quelle vecchie di trent’anni – parlano al presente anche per altre ragioni. Se Noel e Liam sono cambiati, il mondo com’è oggi, nel 1994 quando la loro band ha preso il volo, non era pensabile.

E allora cosa spinge ancora folle, maree di persone a riempire gli stadi per la band di Be here now? È la virilità da hooligan, lo spirito aggressivo e comunitario che in Italia, ad esempio, caratterizza i fan di Vasco? “Profilo simile ai tifosi di calcio” dice il capo della polizia di Cardiff ai sottoposti prima dell’inizio del debutto del tour. Oppure sono i finali interminabili e gli interi dischi costruiti sul giro di Do che affascinano ancora?

Per me, dopo questo documentario, due sono gli elementi per cui la band ha qualcosa da dire negli anni Venti del nuovo millennio.

Uno lo teorizza Noel stesso: “Siamo tante cose ma posso dire cosa non siamo: una cosa di destra”. È lui che scrive le parole, è lui che ha sempre pensato il pubblico come disgraziati della working class – ha sempre pensato un “noi”. È il punto in cui Ken Loach e i Gallagher si incontrano. Il messaggio degli Oasis è: ti faccio divertire, ma voglio anche darti la spinta per toglierti dalla melma. Qualunque essa sia.

La seconda cosa l’ho scoperta stamattina, prima di entrare in sala. Nel 1999, un anno per me da dimenticare, mi tirava su di morale una canzone – Live Forever. Nel documentario la utilizzano dopo la morte di Mani degli Stone Roses. L’ho riascoltata soffermandomi su queste parole: “Forse non sarò mai tutto quello che voglio essere – questo non è il momento di piangere è il momento di chiedersi perché”. Mi sono ricordata come il pragmatismo di questa frase – imparato nei quartieri bassi o da una certa fase iper-analitica di John Lennon, il faro degli Oasis – mi facesse bene. Le parole di Noel che Liam sputa in faccia a chi le ascolta sono pragmatiche. Negli anni Novanta, il messaggio, l’indicazione per navigare il futuro era spesso “Se vuoi, puoi” and all that bullshit. Oggi forse c’è ancora più bisogno di una rock band che ti dice che il cambiamento è possibile, senza perdere il contatto con la realtà. O con il proprio sé autentico.

E forse, i Gallagher  sono maturi abbastanza da godersi i risultati del loro lavoro.

 

Se tutto questo vi esalta, andate a vedere il documentario. Altrimenti, state a casa: sono due ore, lo trovereste estenuante.

Don’t Look Back in Anger (UK, USA; 2026) REGIA: Will Lovelace, Willian Southern; SCENEGGIATURA Steven Knight; FOTOGRAFIA: Lol Crowley, James Laxton, Haris Zambarloukos; MONTAGGIO: George Cragg, Martina Zamolo; MUSICA: Oasis; GENERE: documentario, musicale; DURATA: 122.

 

Meltea Keller

Meltea Keller

Martina Biscarini è traduttrice, autrice e sceneggiatrice. Nata a Empoli nel 1985, si laurea nel 2009 in DAMS con una tesi sull'autobiografia di Harpo Marx che in seguito verrà ampliata e tradotta integralmente. Tutto ciò confluirà nel volume, edito nel 2017 da Erga editore (Genova) "Harpo Speaks". Nel 2012 consegue il Master Degree in filmmaking all'università di Kingston-upon-Thames (Surrey) specializzandosi in sceneggiatura. Nel 2016 consegue la Laurea in Lingue e Letterature Moderne e Classiche con una tesi sui temi dell'utopia e della distopia rapportati al videogioco. Collabora con la rivista "Ecologica" ed è autrice di varie biografie musicali (Mannarino, Rancore, Maneskin) e di due raccolte di racconti ispirati a città (Guida ai palazzi di Siena e Guida ai palazzi di Empoli di prossima uscita). Ha pubblicato la raccolta di racconti cli-fi "Fragili futuri" (KaiFab) e ha tenuto per due anni un blog su ReWriters Magazine a tema letteratura e ambiente.

Tutti i miei articoli su Leitmovie