Cerca
Chiudi questo box di ricerca.

Seeyousound 2026 – Wolves

Voto al film:

The Dark Side of the Music

Luana decide di partire con la band black metal di suo cugino (i Wolves del titolo) per occuparsi del social management e della vendita di merchandising: il tour la porterà a confrontarsi con gli abissi più bui dell’ideologia neonazista che sopravvive ancora tra gli appassionati di musica underground.


Jonas Ulrich segue la sua introversa protagonista in un viaggio – più interiore che fisico – che parte dalla ribellione a una situazione di disagio (i genitori separati, l’assenza di rapporto con la madre, la malattia del padre, la difficoltà a socializzare) per completarsi in un coming of age nella consapevolezza del reale, dove la fuga non è un atto di codardia ma una presa di coscienza del principio di realtà della vita.

Mentre il nuovo frontman polacco del gruppo esercita su Luana un fascino misterioso che va ben oltre l’attrazione fisica, la ragazza si distacca sempre più dalla sua vita, con un disinteresse crescente per il proprio lavoro, i rapporti familiari e le proprie responsabilità. Ciò che per la protagonista rappresenta l’introduzione in un mondo sempre più dark fatto di locali e concerti, per lo spettatore diventa un’immersione nel cuore nero dell’immaginario sociale nordeuropeo contemporaneo: estendere il discorso dalla Svizzera del film a un contesto ben più ampio – con i dovuti distinguo – è un passaggio obbligato e molto breve.

Seguendo il progressivo avvicinamento di Luana al mondo del dark black metal, Ulrich costruisce una narrazione interessante affidandosi a immagini ben costruite e alle interpretazioni molto spontanee dei suoi interpreti: se pensiamo che i live sono stati girati durante veri concerti (tra cui alcuni degli Amenra) e che per le riprese è stata formata una band che è realmente partita in tour suonando canzoni composte dal Manuel Gagneux dei Zeal & Ardor, possiamo ben comprendere come al film non manchi affatto uno spirito intrinseco di profondo realismo.

Luana è una persona profondamente sola. #endless e #solitude sono i primi hashtag che la vediamo pubblicare come didascalia di una foto di una lepre morta e questo tratto della sua personalità è ben sottolineato da una precisa scelta registica: le inquadrature la ritraggono quasi sempre da sola anche se è circondata da altre persone, con le quali lei evita il contatto restando quasi sempre al cellulare o indossando cuffie o auricolari o tappi per le orecchie. La sua inadeguatezza ad affrontare la vita diventa il fianco scoperto che la offre in pasto a una relazione tossica alla quale la ragazza si aggrappa a dispetto di ogni ragionevolezza. L’illusione diventa cecità, l’ostinazione diventa incomprensibile superficialità o irrazionale fiducia.

Mentre Ulrich non manca di mettere in gioco anche il tema della pervasività dei social come strumento fondamentale della realtà contemporanea che può trasformare la necessaria esposizione al pubblico nella premessa per una gogna mediatica dai risvolti pericolosi, quattro capitoli (Rituals, Symbols, Void e Solstice) scandiscono l’esplorazione di questo ambiente musicale mostrandola come una discesa agli inferi: merito sia di una cura eccellente della fotografia, con uno studio meticoloso dei colori, delle luci e delle ombre, sia di un sound design accuratissimo che immerge perfettamente lo spettatore tanto nei concerti quanto nel mood progressivamente più cupo del film.

Il regista è assai abile nel presentare la complessità della situazione e del contesto affidandosi a personaggi sfuggenti, opachi e ambigui (in particolare il cantante Wiktor) e a far dialogare costantemente le due vite che Luana si trova a vivere: il suo equilibrio tra i weekend di concerti e le giornate al lavoro in un asilo, come quello tra gli affetti familiari e la fascinazione per il misterioso mondo underground, è sempre più instabile, ma un elemento di pregio di Wolves è proprio il suo porre in una relazione speculare questi due mondi opposti, i cui elementi cambiano di segno e/o di senso. Così, se dapprima Luana fugge da un lavoro di cura delle nuove generazioni, alla fine si trova a fuggire proprio per proteggerle; se da una parte la malattia sta mettendo fine alla vita del padre, non si può non vedere come anche il neonazismo che dilaga mascherato da pseudo ritualità pagane sia inteso come un cancro che minaccia la società.  

SCHEDA TECNICA

Wolves (Svizzera; 2025). REGIA: Jonas Ulrich. SCENEGGIATURA: Jonas Ulrich. FOTOGRAFIA: Tobias Kubli. MONTAGGIO: Jonas Ulrich. MUSICA: Michael Kunstle, Matteo Pagamici. GENERE: Drammatico. DURATA: 100’.

Facebook
Twitter
LinkedIn
WhatsApp
Telegram

Leave a Replay