Risonanze.
The Echo Chamber, il film di Andrea Pallaoro in concorso a Venezia 83, si apre sul protagonista che balla: Leonardo (Luca Marinelli) sniffa e si dimena in una danza liberatoria finché la sua compagna Anne (Alicia Vikander) giunge nella stanza per invitarlo ad abbassare il volume.
La musica è da subito elemento protagonista dell’ultima opera del regista trentino (Hannah, Monica) in quanto Leo è un produttore discografico al lavoro su un progetto importante: è riuscito a convincere la cantante Ava May (Susan Sarandon) a uscire dall’ombra in cui si era ritirata e a tornare sulla scena musicale con un nuovo album. Il dramma però non si fa attendere: Leo va in overdose e il film si sdoppia, seguendo alternativamente il periodo successivo al ritorno a casa dall’ospedale e quello precedente la crisi, con il dolore alla schiena in costante aumento e l’inizio della dipendenza da antidolorifici inizialmente forniti dalla sua fisioterapista, ovvero Anne. Due piani temporali, dunque, si intrecciano nel film che Pallaoro ricava da un soggetto di Bernardo Bertolucci rimasto finora inedito e che decide di girare in 4:3, scelta coerente con il suo essere interamente ambientato all’interno della casa di Leo.
L’appartamento diventa così un luogo dove passato e presente dialogano (anche grazie ad escamotage registici raffinati, che lavorano sulle sovrapposizioni e sulle trasparenze dei vetri), in cui il regista gioca, attraverso la presenza/assenza di Anne, sulla ricerca di una completezza da parte del protagonista. In questo senso, mentre Anne rappresenta il desiderio, l’amore ma anche il bisogno di ricalibrare i rischi, Ava è metafora del ritorno alla luce dopo l’oscurità. Ad unire le due donne (e quindi le due anime della lotta interiore di Leo) è proprio la musica, in particolare la canzone Call My Name, che Ava aveva registrato nel suo secondo album molti anni prima e che Anne conosce addirittura meglio di Leo. A cantarla nel film è Susan Sarandon, che dà voce anche alle altre canzoni di Ava (come Pieces of Me), in realtà composte da Clément Ducol (premio Oscar per la colonna sonora di Emilia Pérez) con i testi di Emilie Gassin. Le sonorità quasi ambient di queste canzoni dolci e malinconiche passano dal pop al jazz e riconducono generalmente a un senso di interiorità e di intimità che ben si adatta alla limitatezza dello spazio inquadrato dalla macchina da presa: l’esterno è visto solo dalla finestra ed è luogo di arrivi, partenze o tragedie non mostrate ma solo sentite (altro importante aspetto della colonna sonora).
A questa chiusura dell’immagine fa indirettamente riferimento anche il titolo del film: se da un lato l’effetto sonoro di eco è esplicitamente invocato da Ava nella post-produzione di una delle sue canzoni, dall’altro possiamo leggere l’intero appartamento di Leo come una “cassa di risonanza” (“echo chamber”, appunto) di ricordi, fantasmi, strascichi di una relazione. Mentre Leo è allo studio di registrazione, infatti, Anne “abita” la casa come una presenza estranea ma non del tutto, familiare anche se non completamente. È una presenza a metà, che dapprima cerca di non lasciare traccia e poi invece abbandona dietro di sé profumi, piccoli cambiamenti e oggetti rotti ricomposti in una sorta di amorevole kintsugi, metafora di un affettuoso tentativo di ricomposizione amorosa.
Nel suo percorso di guarigione, Leo deve capire quale sia la risposta giusta alla domanda che Anne gli rivolge quando apprende la professione del paziente: “Qual è il contrario della musica? Il rumore o il silenzio?”. Forse Ava rappresenta il rumore, inteso come necessità di non tenersi dentro il dolore ma di farlo uscire da sé, lasciare che prenda la sua strada (come un’eco, appunto) e faccia posto ai fantasmi, di cui non bisogna aver paura. Anne invece può rappresentare il silenzio dopo l’urlo della passione, in quanto silenziosa presenza che vive lo spazio al posto di Leo. Probabilmente, tuttavia, i ruoli non sono così definiti e Leo dovrà imparare a (ri)comporre sé stesso, cercando il giusto equilibrio tra pieni e vuoti.
