Omaggio a Charles Aznavour

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Parigino, armeno, icona internazionale, cosmopolita

Ricordo un film del Quebec dal titolo C.R.A.Z.Y., ambientato tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta e uscito nel 2005. Racconta in poche parole il coming out del quarto di cinque figli (Zac) e del suo rapporto conflittuale col padre. I gusti di Zac vanno dal beat, al rock al glam. Il padre invece è ossessionato da un brano di Aznavour, Emmenez-moi, un pezzo in minore che parla del desiderio del narratore di fuggire dal maltempo e dalla miseria per conquistare, almeno, un po’ di sole. Ricordo poi, tornando in Italia, Raimondo Vianello, protagonista di uno sketch basato su Io tra di voi (cantata da Aznavour in italiano), mentre osserva un’improbabile femme fatale-Mondaini che flirta con Armando Francioli, languido attore da fotoromanzo. Ancora, ricordo Truffaut che sceglie Aznavour (trentaseienne) per il ruolo del timido ed esitante protagonista del suo secondo lungometraggio, il noir rivisitato e corretto con ironia Tirate sul pianista, dal libro di David Gootis. Addirittura, quattordici anni dopo fu Agatha Christie a riportare il Nostro in un ruolo cinematografico nella trasposizione filmica di Dieci piccoli indiani. Aznavour è chiaramente nella parte di un uomo di spettacolo accusato dal misterioso padrone dell’isola di aver investito due persone, da ubriaco, a Parigi. È il primo della lista che muore.

Fermiamoci un attimo. Già dalla metà degli anni settanta, l’immaginario collettivo aveva simbolicamente consolidato il mito Aznavour: era il fantasiste (come si definisce lui in Je me voyais déjà) maturo parigino per antonomasia, cantante e interprete. Un matusa, avrebbero detto negli anni Sessanta. Un classico, hanno detto di lui oggi che è spirato.

Il terzo film che mi viene in mente è di un regista armeno, Atom Egoyan, si chiama Ararat ed è del 2002. Affronta una tematica seria che, per tutta la vita, è stata molto a cuore al cantante: il genocidio armeno del 1915 da parte dei turchi. Aznavour riprende il nome che gli dette Truffaut, Edouard (Edward) Saroyan e impersona un regista che su quel genocidio sta girando un film. La narrazione è intervallata dalle storie di vita di altro grande artista armeno (il pittore Arshile Gorky) legato a quell’episodio storico terribile. Nella vita vera, la madre di Aznavour era sopravvissuta al massacro e scappata a Parigi, lui stesso aveva dedicato una canzone a quest’episodio traumatico, Ils sont tombés, e le sue dichiarazioni di uomo pubblico a tal proposito hanno portato oggi Lci culture a definirlo: “Il porta bandiera della diaspora armena”. Girare Ararat dev’essere stato come fare dell’autoanalisi, come un tornare alle proprie origini e scoprire nella tragedia una lezione importante sull’infondatezza dell’odio razziale. Il suo personaggio ha un bellissimo monologo nel quale dice che quello che fa più male di un genocidio è il sapere di essere stati così odiati e che quell’odio, se si fa finta di non vedere, monta ancora di più.

I Did It My Way cantava Frank Sinatra, su una melodia del francese Claude François e testo di Paul Anka, Ho fatto a modo mio. In quanti oggi hanno paragonato Aznavour al grande crooner italo-americano! Ma forse non è corretto sperticarsi sempre in comparazioni con il mondo anglofono: Aznavour c’ha mostrato che si può fare musica di piglio internazionale senza dover per forza utilizzare l’inglese. Era un poliglotta e un portabandiera del polilinguismo: ha cantato perfino in napoletano e in una lingua berbera, il Kabyle. Era talmente parigino da aver ricevuto la benedizione professionale nientemeno che da Edith Piaf, ma era anche figlio di armeni: c’è una sua statua nella città di Gyumri. È morto a novantaquattro anni, vissuti fino in fondo.

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