Il cinema è come un balletto
Conversazione con Braam du Toit

Moffie, l’ultimo film per il quale ha composto le musiche, era in concorso nella sezione Orizzonti alla 76a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Braam du Toit, compositore sudafricano, era parte della delegazione ufficiale sbarcata al Lido per presentare il film.

Cominciamo dalla tua biografia. Come ti sei avvicinato alla musica?

Sono sempre stato attratto dalla musica, sin da piccolo, ma solo verso i sedici anni ho cominciato a considerarla seriamente, a prendere lezioni di pianoforte e a comporre. Mia madre è insegnante e mio padre un artista della ceramica quindi c’era terreno fertile per seguire la mia vocazione. Con il mio primo insegnante di pianoforte ho avuto un rapporto molto conflittuale. Nonostante ciò, a lui devo moltissimo. Avevo composto un piccolo pezzo per il mio cane che era appena morto, ma all’epoca non sapevo scrivere la musica: lo avevo “scritto” solo nella mia testa e glielo feci ascoltare. Lui mi spronò a scrivere le note sul pentagramma, così iniziai a studiare composizione in modo serio. Ho in seguito preso lezioni da Peter Klatzow, uno dei più importanti compositori del Sudafrica. A lui piacevano molto i miei lavori e si adoperò affinché io potessi studiare all’università di Capetown, facendo in modo che io ottenessi una borsa di studio. La mia famiglia era piuttosto povera perciò senza il suo intervento non avrei mai potuto affrontare questo percorso di studi. Nel frattempo avevo iniziato a comporre le musiche per le celebrazioni natalizie della chiesa olandese riformata di Swellendam, dove vivevo. Erano composizioni polifoniche, con influenze sudamericane. Certo, alcuni le detestavano, ma per lo più erano apprezzate. Sono abbastanza orgoglioso nel ricordare che, nonostante di norma nella chiesa riformata non si applauda, una volta il pubblico ha applaudito e si è perfino alzato in piedi. Tornando agli studi, alla prima seguirono altre borse di studio perché diverse organizzazioni credettero nel mio talento. Era un periodo molto intenso per me: stavo seduto al pianoforte per almeno otto ore al giorno. I miei genitori volevano che uscissi, che frequentassi degli amici, ma io ero completamente ossessionato dalla musica, anche prima che iniziassi a scriverla. Ad un certo punto alcune persone appartenenti al mondo del teatro sentirono le mie composizioni e mi invitarono a collaborare con loro. Ovviamente accettai e scrissi le musiche di oltre cinquanta spettacoli, per diversi registi e diverse compagnie. Lavorai molto duramente in quel periodo, con un compenso davvero basso perché nel teatro, in Sudafrica, non ci sono molti soldi, ma per me era importante far parte di quell’ambiente e continuai per diversi anni. È stato fondamentale l’incontro con Jacob Bower, un famoso regista di teatro con cui ho collaborato in molteplici occasioni. Lui mi ha sostenuto molto nel lavoro e mi ha in un certo senso spinto nel mondo del teatro.

E come è avvenuto il contatto con il mondo del cinema? Come hai iniziato a scrivere musica per film?

Il mio vero mentore, la principale responsabile della mia attuale professione è stata Ronelle Loots, una montatrice. L’incontro con lei mi ha segnato profondamente: è stata lei a guidarmi nella transizione dal teatro al cinema. È una persona meravigliosa. Oggi scrivo ancora delle musiche per il teatro, ma raramente, solo per occasioni molto speciali: ormai mi identifico pienamente con la mia professione di musicista al servizio del cinema.

Perché?

Perché il cinema è per me come un balletto, come una coreografia. Proprio a causa del montaggio. Ciò che accade sullo schermo è sempre un’ispirazione per me. L’ispirazione visiva è per me molto potente: io da sempre “vedo” la musica prima di “sentirla”. Per me la musica è come una visione astratta, che però non sarei mai in grado di dipingere, quindi la trasformo in note. Sono le immagini di un film che fanno scattare l’ispirazione per comporre.

Puoi parlarci del tipo di rapporto che si crea tra te e il regista di un film?

Ogni regista è diverso, ha il suo modo di lavorare. Devo dire che il regista di Moffie, Oliver Hermanus, mi ha spinto a dare veramente il massimo. Lui stesso è una fonte d’ispirazione, è una persona molto stimolante ma anche una persona che chiede molto, che si aspetta moltissimo dai collaboratori. Questo era comunque un film davvero potente di per sé, che mi ha richiesto molte energie: ho dovuto scavare assai profondamente dentro di me per scrivere queste musiche. Io sono nato nel 1981, ovvero nell’anno in cui è ambientata la pellicola. Tutto ciò che accade nel film è influenzato dalla politica di quel momento storico. È stato assai difficile entrare nello “spazio emozionale” di questo film perché toccava delle corde molto personali.

Come mai hai accettato allora?

Per Oliver: desidero sempre lavorare con lui, è un regista brillante. Per me questo progetto era una duplice sfida: la prima era trovare un modo di interagire con Oliver su questi temi a livello professionale, l’altra era di lavorare profondamente su me stesso a livello psicologico ed artistico. È stato un percorso difficile perché la mia infanzia non è stata affatto facile. Sono cresciuto (ma molti come me) in una piccola città in cui mi chiamavano addirittura “satanista” per le mie tendenze sessuali. Quindi credo che fare questo film sia stato in un certo senso catartico. Mi ha “guarito” da tutto questo peso del passato, dell’infanzia rubata. Venire in Italia, presentare Moffie al pubblico, festeggiare il fatto che il film fosse stato scelto: tutto questo ha rappresentato una sorta di “guarigione” per noi.

E credi che il film possa avere un simile impatto anche sul pubblico?

Credo di sì. Almeno è ciò che spero: che i giovani “guariscano” da una mentalità che opprime.

Anch’io, perché credo che un film come Moffie possa realmente far bene, specialmente ai giovani. E lo dico anche in riferimento al pubblico italiano, che in rapporto all’omofobia vive una situazione certamente differente ma comunque talvolta problematica. Inoltre, Moffie è interessante anche dal punto di vista sociale: è una denuncia del suprematismo bianco e del suo atteggiamento nei confronti di ogni diversità. Neri, oppositori politici, omosessuali: sono tutti “nemici”.

Esattamente. Il film mostra benissimo il contesto in cui la mia generazione e quella prima della mia sono cresciute. Ma la situazione anche oggi è assai critica. In Sudafrica molte persone di colore sono costrette a fare lavori sottopagati mentre noi bianchi siamo comunque dei privilegiati. In più noi artisti apparteniamo a una categoria ancora più privilegiata; ecco perché, personalmente, provo come un senso di colpa. Lo squilibrio sociale è seriamente preoccupante. Certe famiglie non possono nemmeno comprare da mangiare perché il cibo costa troppo. Io so di essere privilegiato perché sono bianco e vivo in una bella casa mentre gran parte della popolazione vive in baracche. L’interazione tra bianchi e neri resta tuttora problematica.

E quale pensi sarà il futuro del Paese?

Non vedo cambiamenti all’orizzonte, non credo che la situazione migliorerà presto. Oltretutto, sebbene io non sia ovviamente l’unico a provare questi sentimenti, c’è come una generale accettazione della situazione.

Ma ci sono rivolte, proteste…

Sì, ci sono, ma io sono piuttosto pessimista sul loro esito. Anzi, mi correggo: potrei definirmi ottimista perché in fondo spero di sbagliarmi e che tutto porti a un miglioramento della situazione. Le cose devono assolutamente cambiare. Io amo così tanto il mio Paese, il Sudafrica è bellissimo! Nel mio piccolo cerco anch’io di fare qualcosa per un miglioramento. Mia madre attraverso il suo ruolo di insegnante ha cercato di trasmettere la speranza a tutti i suoi allievi neri. Io ho ereditato da lei questa spinta e cerco di fare la mia parte dando gratuitamente lezioni di pianoforte ai meticci che vivono nei villaggi.

Questo è molto bello: riuscire a trasformare il senso di colpa per un privilegio in qualcosa di socialmente utile. Noto con piacere che Moffie si conferma un film così denso e potente da stimolare discussioni che vanno ben oltre il nostro argomento di riferimento. Visto però che sei tornato a parlare del tuo rapporto con la musica, ti chiedo: qual è il tuo film preferito tra quelli a cui hai lavorato?

Questo, Moffie. Ma anche Meisie di Darrell Roodt, un bellissimo film in cui una maestra si accorge che una giovanissima ragazza di colore che vive nel Kalahari è una sorta di genio della matematica. Sì, Meisie è uno dei miei film preferiti, ma credo di aver fatto il mio lavoro migliore in assoluto con Moffie.

Vorrei che approfondissi il tuo metodo di lavoro.

E’ prevalentemente istintivo. Lo è da sempre. Ad esempio, per Moffie nella mia mente si sovrapponevano delle suggestioni che avevano a che fare con il battito cardiaco, il respiro, la natura umana.

Come si concretizza, a livello pratico, questo tuo approccio istintivo? Come lavori concretamente con il regista del film? Lui ti mostra un pre-montato e tu componi in base alle emozioni che le immagini ti suscitano?

Sì. In questo caso non avevamo nemmeno molto tempo per abbandonarci alle varie suggestioni: avevo solo un mese per comporre la colonna sonora.

Entriamo maggiormente nel dettaglio: cosa ascoltiamo esattamente in questo film?

Per risponderti devo partire dalla mia precedente collaborazione con Oliver, The Endless River, perché l’idea di base era creare qualcosa di completamente diverso. Mentre là avevo lavorato intorno al tremolo, qui ho ritenuto opportuno usare molto il pizzicato perché a livello istintivo lo trovavo adatto a rendere quel particolare mood che il film mi suggeriva. Secondo me la colonna sonora doveva avere a che fare con due concetti principali: quello di “anticipazione” e quello di “avvicinamento al confine”. Queste erano le suggestioni che avevo. Ma è molto difficile per me esprimermi a parole a proposito della mia musica. Posso però dirti che praticamente tutto ciò che ho scritto per il film è per quintetto d’archi.

Come mai proprio un quintetto?

All’inizio volevo scrivere per un quartetto, poi ho capito che per avere maggiore intensità e profondità sarebbe stata opportuna l’aggiunta di un contrabbasso. Ci sono dei momenti nel film, ad esempio all’inizio, nella scena ambientata nel treno, in cui il tema musicale si orienta improvvisamente verso il basso, fa come delle continue discese. Non potevo dare questo effetto con il violoncello, mi serviva proprio un contrabbasso. Quindi ho scritto per due violini, una viola, un violoncello e un contrabbasso.

Hai diretto tu le esecuzioni?

No, il direttore era José Diaz, un brillante pianista nato in Portogallo ma naturalizzato sudafricano. Senza di lui non sarebbe stato possibile registrare: lui ha capito fino in fondo la mia musica. Il primo violino era David Bester. La registrazione è durata una settimana perché volevamo lavorare con questi bravissimi musicisti sudafricani che per noi sono veramente i migliori, ma loro erano disponibili solo per quei giorni. Abbiamo registrato in una chiesa a Malgas, una piccolissima cittadina appena fuori Swellendam in cui vivono forse quarantaquattro persone. Durante la registrazione della scena sott’acqua, più o meno a metà film, ho dato indicazioni ai musicisti di pensare proprio di essere sott’acqua e ascoltando il risultato mi pare abbia funzionato.

Direi di sì: a mio parere sia la colonna sonora sia le immagini concorrono nel definire quest’atmosfera claustrofobica, di soffocamento in cui la generazione del protagonista è cresciuta. La Chiesa ha avuto un ruolo in tutto questo?

Senza dubbio. La Chiesa riformata ha molti problemi con i gay e ad esempio non è d’accordo sui matrimoni tra persone dello stesso sesso. In Sudafrica gli omosessuali si possono sposare ma non in chiesa. È un peccato ed è anche un’ipocrisia perché molti officianti sono omosessuali ed è assurdo che non accettino formalmente l’omosessualità. In Moffie il tema non è in primo piano ma se ti ricordi c’è una scena, subito dopo quella del sesso in trincea, in cui il protagonista prega.

Perché Oliver ha inserito questa scena?

Per mostrare la realtà delle cose, per far vedere quanto tutto sia molto difficile per Nicholas. La generazione di mio padre non ha mai potuto fare coming out e anche oggi, all’età di settant’anni magari, quegli omosessuali non si sentono sono liberi abbastanza da poterlo fare. Hanno passato tutta la vita senza provare il vero amore. E’ una cosa tristissima. Voglio però raccontarti un aneddoto sulla registrazione perché, ripensandoci, posso dire che è come se avessimo ingannato la chiesa per poter registrare. Ti spiego cosa intendo dire. Il titolo del film, Moffie, è una parola bruttissima e offensiva che fortunatamente non è quasi più usata oggi. Corrisponde approssimativamente a “frocio”. Quando mi chiedevano il titolo del film io rispondevo sempre che non potevo rivelarlo per questioni relative alle clausole di riservatezza. Credo proprio che se avessero saputo che stavamo registrando le musiche di un film intitolato Moffie non ci avrebbero dato il permesso.

Quindi già questa è una specie di rivincita, no?

Esattamente! Hai ragione al cento per cento.

About Alessandro Guatti

Laureato in Storia e critica del cinema presso il DAMS di Bologna e specializzatosi in Cinema, Televisione e Produzione multimediale con una Tesi di Studi Culturali sull’identità e la memoria nel cinema israeliano contemporaneo (110 con lode), delinea la sua attività professionale come critico cinematografico per Melegnano webtv, Cinemacritico, Farefilm, Interference e come videomaker orientato verso produzioni legate all'ambito musicale e teatrale, con documentari e videoclip. Ha ideato e conduce, insieme a Massimiliano Colletti, la rubrica cinematografica "LeitRadio", inserita ogni settimana all'interno di "Piper" su radio Città del Capo.

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