Alessandro Guatti firma la recensione su Maestro di Alexandre Valenti, importante testimonianza della musica come strumento di libertà

Voto al film:

La musica come strumento di libertà

maestro 4Documentario dedicato alla musica come forma di resistenza umana oltre che politica, Maestro è un’opera importante che documenta il lavoro incessante dell’infaticabile musicista barlettano Francesco Lotoro (classe 1964), che ha reso il recupero delle musiche composte nei campi di concentramento il centro della sua ricerca e attività professionale.

Il film segue un doppio binario: da una parte vi è la ricerca quasi archeologica delle musiche composte nei campi di concentramento, che porta Lotoro in ogni parte del mondo; dall’altra si approfondiscono le storie dei musicisti dei campi (da lui incontrati direttamente o indirettamente attraverso le testimonianze dei loro figli), presentando la realtà di quei luoghi con un quadro tragico ma pieno di vita.

Alternando il film nel suo “farsi” a immagini fotografiche e video d’archivio, la regia di Alexandre Valenti mira a ridurre la distanza temporale tra presente e passato, allo scopo di farci apprezzare sia il coraggio di quei musicisti sia lo sforzo e l’energia di Lotoro, che vuole restituire la loro musica al mondo, al pubblico, “facendola definitivamente uscire dai campi di sterminio”. Peccato che il film, nei momenti in cui l’elogio a Lotoro si fa motivatamente concreto, prenda una deriva mélo e si soffermi su lacrime e abbracci che tuttavia fanno parte di quel rapporto umano che egli riesce a instaurare con le persone che incontra. Tutti gli interlocutori di Lotoro s’imprimono nella mente dello spettatore per la forza con cui manifestano la loro presenza nel mondo nonostante l’età, per l’amore e il rispetto che nutrono verso la musica di cui sono autori o depositari, per i loro sguardi e le loro lacrime. Restano nella memoria, ad esempio, Alexander Tamir, che a 11 anni compose la celebre ninna nanna Shtiler, shtiler nel campo di Stutthof; Wally Karveno, ultracentenaria che ironizza sulla propria morte e insegna a Lotoro come deve eseguire il suo Concertino per pianoforte e orchestra composto nel campo di Gurs nel 1941; Jabob (Jack) Garfein, che si commuove mentre ricorda la canzone che cantava un bambino polacco suo compagno di lavoro.

La ricerca di Lotoro è un imperativo morale (“se questa musica non viene suonata, pubblicata, fatta conoscere al pubblico è come se non fosse mai uscita dal lager”), una missione interiore analoga a quella di Aleksander Kulisiewicz, cattolico deportato a Sachsenhausen dal ‘41 al ‘45, che il direttore d’orchestra Rosebery d’Arguto investì del preziosissimo compito di memorizzare e tramandare le canzoni dei prigionieri, in particolare “il canto di morte degli Ebrei”, Jüdischer Todessang (sic). Kulisiewicz divenne un archivio musicale ambulante, testimonianza vivente della forza vitale che nei campi non si sarebbe spenta: dopo essere stato liberato dal campo riuscì a dettare ben 716 pagine di musica alla sua infermiera. L’opera di Lotoro è ammirevole dal punto di vista socio-culturale: rende giustizia a tutti quei musicisti che continuavano a comporre perché quello era “il modo più sicuro di aiutare le persone a non smettere di sentirsi degli esseri umani. Li rendeva più forti. Era una specie di religione” (Alexander Tamir). La musica era per loro uno strumento per astrarsi da quel contesto di indicibile sofferenza.

I brani recuperati da Lotoro (spesso composizioni per voci o piccole orchestre da camera con legni e strumenti ad arco) costituiscono la naturale colonna sonora del documentario, che si apre sulle note di Zal Tango di Josef Kropinski (composto a Buchenwald nel 1944) per poi farci ascoltare Autunno d’oro (Franciszek Nierychlo; Auschwitz, 1943), Heil, Sachsenhausen (Aleksander Kulisiewicz, 1943) e un’esecuzione toccante di Shtiler, shtiler da parte di Alexander Tamir, per chiudersi infine sulle note del ConcertinoMAESTRO 2 della Karveno, venuta a mancare proprio durante la lavorazione del film. Questo evento fa riflettere anche sull’urgenza di un’operazione come quella di Lotoro, sull’importanza di scoprire tutto il possibile il prima possibile perché “spesso sono arrivato con un mese o due mesi di ritardo”. In oltre vent’anni di ricerca, Lotoro ha ritrovato oltre 10.000 composizioni, scritte non soltanto da musicisti ebrei, ma anche da cattolici e rom.

La morale del suo lavoro (e del documentario) è enunciata dalle sue stesse parole: “L’uomo può essere imprigionato, torturato, perseguitato, deportato, trasferito, ma non puoi togliere all’uomo la libertà di fare musica”.

SCHEDA TECNICA
Maestro – Alla ricerca della musica dei campi (Italia-Francia, 2017) – REGIA: Alexandre Valenti. SCENEGGIATURA: Alexandre Valenti, Thomas Saintourens, Michel Welterlin, Emmanuel Julliard. MUSICHE (arrangiate ed eseguite da): Francesco Lotoro. MONTAGGIO: Emmanuel Julliard. CAST: Francesco Lotoro, Wally Karveno, Alexander Tamir, Jack Garfein. GENERE: Documentario. DURATA: 75’

About Alessandro Guatti

Laureato in Storia e critica del cinema presso il DAMS di Bologna e specializzatosi in Cinema, Televisione e Produzione multimediale con una Tesi di Studi Culturali sull’identità e la memoria nel cinema israeliano contemporaneo (110 con lode), delinea la sua attività professionale come critico cinematografico per Melegnano webtv, Cinemacritico, Farefilm, Interference e come videomaker orientato verso produzioni legate all'ambito musicale e teatrale, con documentari e videoclip. Ha ideato e conduce, insieme a Massimiliano Colletti, la rubrica cinematografica "LeitRadio", inserita ogni settimana all'interno di "Piper" su radio Città del Capo.

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