Voto al film:

La musica che eleva l’anima

Regista più di altri votato alla decostruzione degli stereotipi cinematografici connessi agli afroamericani (come già dimostrato in Medicine for Melancholy e Moonlight), con Se la strada potesse parlare Barry Jenkins lavora sulla rappresentazione del ghetto, scostandosi dall’iconografia negativa della blaxploitation in favore di un ritratto più realistica e veritiera.

Traslando sullo schermo la vicenda baldwiniana di Fonny e Tish, oltre a evitare i facili cliché legati alle periferie americane quali degradanti postriboli di droga e delinquenza, Jenkins sviluppa il medesimo discorso anche sul piano musicale con una raffinata colonna sonora che, abbandonando il funky e il rap da sempre associati ai ghetto movies à la Superfly o New Jack City, opti per classici soul e jazz di quegli anni, dando una nuova lettura della vita in quell’ambiente.

L’amore dei due protagonisti si differenzia così da quello prettamente fisico tendenzialmente legato agli afroamericani nel cinema statunitense, elevandosi di fatto a un sentimento elegiaco come da tradizionale canone melodrammatico. Ecco allora motivate ad esempio le scelte di That’s All I Ask di Nina Simone durante il primo appuntamento della coppia, I Wish I Knew di John Coltrane in sottofondo al loro primo rapporto o Blue in Green di Miles Davis durante la visita dell’amico Daniel e il suo resoconto dei due anni trascorsi in prigione: è come se Jenkins volesse ricordare che la vita nel ghetto non è fatta solo di dolore e soprusi, violenza e prevaricazione.

Il concetto della musica nera come elevazione dello spirito sofferente dell’afroamericano schiavo o oppresso, è qui dunque recuperata e riproposta in una chiave più moderna che riguarda non solo i personaggi principali ma anche i comprimari, come a estendere tale significato al contesto e non al di per sé limitato caso specifico (Whole Lotta Your Love di Lee Hurst, For the Good Times di Al Green o My Country ‘Tis of Thee di Billy Preston). Similmente fa anche l’accompagnamento strumentale curato da Nicholas Brittell, il cui stile classicheggiante aggiunge lirismo romantico ai momenti salienti della vicenda [Eden (Harlem), Call Him Fonny, The Children of Our Age o Philia], scelte che possono apparire stucchevoli e datate, ma che esprimono il preciso intento di rendere canonico un testo che per contenuti e forma non lo è. Il recupero di una tradizione narrativa che sa di appropriazione innovatrice, un nuovo piccolo passo verso una conquista sociale e al tempo stesso culturale.

SCHEDA TECNICA
Se la strada potesse parlare (If Beale Street Could Talk, USA, 2018) – REGIA: Barry Jenkins. SCENEGGIATURA: Barry Jenkins (dall’omonimo romanzo di James Baldwin). FOTOGRAFIA: James Laxton. MONTAGGIO: Joi McMillon, Nat Sanders. MUSICHE: Nicholas Brittell. CAST: KiKi Layne, Stephan James, Pedro Pascal e Dave Franco. GENERE: Drammatico. DURATA: 117’

About Lapo Gresleri

Critico e storico cinematografico nato a Bologna nel 1985. Si laurea nel 2008 in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo con una Tesi in Caratteri del Cinema Nordamericano sul noir classico e nel 2010 consegue la Laurea Specialistica in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale con una Tesi in Cinema e Studi Culturali sull’opera di Spike Lee. Collaboratore esterno presso la Cineteca di Bologna dal 2009, è autore di saggi, articoli e recensioni a carattere cinematografico pubblicati su volumi e riviste tra cui Inchiesta, Archphoto 2.0, Cinergie, Mediacritica, Parole Rubate, Fermenti, Studi Pasoliniani, Cineforum Web, Cinefilia Ritrovata e Le Magazine Littéraire. Nel 2018 pubblica la monografia "Spike Lee. Orgoglio e pregiudizio nella società americana" (Bietti).

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