Vita, morte ed eredità professionale di Gerda Taro: i suoi amori, le sue amicizie, la fuga dalla Germania nazista, la devozione alla causa dei repubblicani spagnoli. Il jazz.
Premetto di non aver letto il libro, che viene descritto come un racconto costruito attraverso molti punti di vista – scelta che la versione filmica non ha mantenuto, partendo sempre dalla voce di Gerda, anche dopo la sua morte. Alternare materiale d’archivio e fiction è invece un escamotage piuttosto canonico quando si pesca da una biografia romanzata.
Uscita di sala, ho sentito un signore dall’accento torinese dire: «Non ha arco narrativo». Rispettosamente dissento: l’arco narrativo c’è, è una classica struttura a cornice con, al cuore, vari flashback. Le ragioni di Gerda per recarsi di nuovo in Spagna sono chiare e inevitabili, radicate nella sua essenza e nel climax delle sue esperienze.
Tutto sommato, La ragazza con la Leica è un bel film che però forse non ha colto abbastanza una traccia sommersa nell’ordito e nella trama narrative: il «quello che resta». Se c’è del vero nel concetto baziniano di fotografia come ontologicamente legata al reale, per una professionista come Gerda Taro forse occorreva spingere di più sull’acceleratore dell’eredità professionale. Il film parla di tracce in absentia in pochi punti: nel primo atto è Gerda stessa a riflettere ad alta voce sugli oggetti che restano quando lascia le stanze; il finale narrato dal «fantasma» di Gerda è buttato là in uno spiegone, e invece è interessantissimo. Come sono state accolte le foto di Gerda ritrovate nel 1997? Come sarebbe stato se il punto di vista di questa donna straordinaria si fosse perso per sempre – del resto, il suo lavoro non è stato localizzabile per sessant’anni? Sarebbe rimasta la signora Capa in eterno?
Tutto ciò si intreccia al breve fotogramma in cui Emilia Schüle, che interpreta la protagonista, cammina per Parigi, che diventa per un attimo la città di oggi – con un cartello «Il mio corpo, la mia scelta, la mia libertà» e un corteo. Una scelta in stile Cortellesi che poteva non essere un semplice incidente di percorso decorativo per mostrarci quanto lei fosse avanti.
Tutto sommato, lo ripeto, La ragazza con la Leica è un bel film che però fa delle scelte convenzionali per rappresentare una donna fuori dagli schemi. Ed è un problema – piccolo, ma presente. Il jazz – che sul finale contemporaneo diventa manouche, in perfetto stile chioschetto-sulla-Senna – è l’altra convenzione per rappresentare la libertà femminile negli anni Venti e Trenta, dai tempi di Dorothy Parker e Tallulah Bankhead. Salva la situazione la chanteuse nel café-chantant di emigrati tedeschi – siamo a Parigi, non a New York.
Per lo stacco fra il convenzionale della narrazione e l’anticonvenzionale del soggetto, dispiace un po’; e dispiace un po’ anche per il fatto che il film racconti la storia di una – no, due – persone che vivono per le tracce lasciate dalla fotografia, tenendo questo stesso tema indietro e mai affrontandolo di punta. Si poteva dare meno spazio a quanto Gerda illuminasse le stanze in cui entrava – a metà film è un concetto già chiaro come il sole.
L’ho già detto che è un bel film, vero?
La ragazza con la Leica (Italia, Germania, Svezia; 2026) REGIA: Alina Marazzi; SCENEGGIATURA Alina Marazzi, Valia Santella; SOGGETTO: La ragazza con la Leica, di Helena Janeczek; FOTOGRAFIA: Manuel Alberto Claro; MONTAGGIO: Ilaria Fraioli; MUSICA: Dominik Scherrer; GENERE: Biografico, drammatico; DURATA: 116.

